la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nell'ultima Domenica dopo l'Epifania
secondo il rito ambrosiano


26 febbraio 2017



 

 

Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22
Sal 102
Rm 8,1-4
Lc 15,11-32

Luca nel suo vangelo dà un riferimento preciso al contesto in cui nacque la parabola del padre misericordioso. Gesù sta tra due gruppi. Eccoli: "Pubblicani e peccatori stavano vicino a Gesù, per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: "Costui accoglie i peccatori e sta a tavola con loro. Ed egli disse loro questa parabola….".

In effetti le parabole sono tre: la pecora smarrita, la moneta perduta, il figlio che se n'è andato, tre a ripetere lo stesso motivo del canto, il canto della misericordia. La misericordia di Dio. Che trova il suo racconto più luminoso nella parabola del padre misericordioso. Leggevo la parabola e pensavo: succede. Succede anche nelle migliori famiglie.

Quale migliore della famiglia della parabola, luminosa per quel padre speciale, diremmo, unico? Può succedere che un giorno i rapporti sembrino incrinarsi, si fanno problematici. Cosa fare, come fare? Come risponde quel padre al figlio che gli chiede la parte di patrimonio che gli spetta?. Caso mai gli sarebbe spettata alla morte del padre! Lo fa morto prima del tempo? "Dammi la parte del patrimonio che mi spetta".

Risposta: "Ed egli divise tra loro le sue sostanze". Qualche esegeta fa notare che nel testo greco è scritto: "Ed egli divise tra loro la vita (ton bion)". Mi sembra bellissimo. Non gli ha dato solo dei beni materiali, gli ha lasciato la vita. "La semantica" scrive Rosanna Virgili: "va al di là dei beni materiali e indica l'essere e la vita stessa. Quanto un padre deve in effetti consegnare ai suoi figli: la loro vita da spendere, la propria coscienza e libertà".

Dove andrà quel figlio? Che cosa farà? Il padre lo lascia libero, semplicemente libero, gli dà in mano la vita. La parabola racconta anche la fine dei sogni. Con una tristezza infinita. Perché, dilapidati in fretta i beni, il figlio minore da "figlio" si ritrova "dipendente". E fosse dipendente alla maniera dei servi che erano nella sua casa! Costretto invece a rincorrere nel desiderio le carrube date dai contadini ai porci! E' la devastazione della dignità. E' la devastazione dei rapporti.

E' scomparsa dal racconto la casa. Nel racconto è come se quel figlio non avesse più una casa, solo campi di sfruttamento. Questa - pensavo leggendo - è la vera devastazione dell'umanità, quando si diventa dipendenti. Pensate, un termine questo, "dipendente" che noi usiamo per alludere a coloro che si sono lasciati asservire dalla droga. Ma forse, e senza forse, ci sono tante droghe, tante forme di dipendenza, tanti asservimenti.

A volte, perdonate, penso alla grande dipendenza che oggi fa la devastazione della società, la dipendenza dai mercati, la dipendenza dalla finanza, la dipendenza da scelte fatte senza guardare in faccia nessuno. Il sogno del figlio si era infranto: voleva essere indipendente, era diventato brutalmente dipendente. Anche questa è un parabola nella parabola.

Ma in quel panorama di tristezze ecco accendersi un barlume, un barlume di luce, fievole ma tenace - aveva resistito! -. Pensate, potevamo immaginare che la casa paterna si fosse cancellata dalla memoria di quel figlio, potevamo pensare che quel padre non esercitasse più nessun influsso su di lui, che se n'era andato. Niente vero! Nel figlio, nel suo cuore, nella sua anima, non si era spento, ancora operava, il ricordo di quel padre, il ricordo di quella casa.

Dovremmo ricordarlo sempre, penso tutti - forse, in modo particolare, i genitori o chi svolge un compito educativo - ricordare che non tutto è stato inutile, che, anche a distanza, può rimanere un ricordo. Forse il ricordo della fiducia che ti era stata donata, un ricordo che può rimettere in cammino: non sappiamo i tempi né sappiamo dove porterà il cammino di quel figlio, ma qualcosa, al di là di tutto, può essere rimasto nel cuore.

E' quello che spingeva Gesù a stare con pubblicani e peccatori, a mangiare con loro. E' quello che spinge Gesù a stare questa mattina in mezzo a noi, a sedere a mensa con noi. La cosa grande di quel padre, la cosa grande di Dio, è che il nostro vagabondare non cambia il suo sguardo su di noi. Magari potremmo sospettarlo, come lo sospetta il figlio minore: "Trattami come uno dei tuoi salariati".

Per tutta risposta, ecco, a sorpresa, una fiumana di verbi di segno opposto: "Quando ancora era lontano lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò". E poi a fiumana gli ordini ai servi per una festa incontenibile, come incontenibile era il suo cuore. Tutto - dal vestito, all'anello, ai cibi, alla musica alle danze - tutto doveva celebrare una dignità ritrovata. Doveva celebrare un padre che non misura il suo amore sulle prestazioni.

Ed è quello che intende invece il figlio maggiore, vorrebbe ricacciare il padre nell'immagine di uno che misura secondo le prestazioni. E non era forse quello che pretendevano scribi e farisei? Che le attenzioni del Rabbi di Nazaret fossero per loro, i puri, e non per pubblicani e peccatori? Le attenzioni, di segno diverso, di Gesù, li riempivano di sdegno. Come le attenzioni del padre della parabola avevano riempito di sdegno il figlio maggiore: uno dei servi gli aveva riferito il perché della musica e delle danze che aveva sentito nell'aria al suo rientro dai campi.

"Egli" è scritto "si indignò e non voleva entrare". Si nega. Si nega alla festa. "Suo padre allora uscì a supplicarlo". Come a dire che gli stava a cuore anche quel figlio. Come a dire che a Gesù stava a cuore anche quel gruppo di scribi e farisei scandalizzati dall'eccesso della sua misericordia. Il padre supplica il figlio maggiore a rientrare nella casa. Che è casa della misericordia. E' l'estremo tentativo. La parabola si ferma qui.

Non dice se il fratello maggiore è rientrato in casa o no, non dice l'esito della preghiera del padre. Forse - lasciatemelo dire - perché l'esito è sempre incerto. Anche oggi, scandalizzati per quello che giudichiamo un eccesso di misericordia: no, quelli alla cena - e penso anche alla cena eucaristica - quelli no! Anche oggi Gesù esce. E' il suo estremo tentativo. E noi - dico noi - rientriamo?

 

 

Lettura del profeta Osea 1, 9a; 2, 7a.b-10. 16-18. 21-22

Il Signore disse a Osea: "La loro madre ha detto: "Seguirò i miei amanti, / che mi danno il mio pane e la mia acqua, / la mia lana, il mio lino, / il mio olio e le mie bevande". / Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine, / la sbarrerò con barriere / e non ritroverà i suoi sentieri. / Inseguirà i suoi amanti, / ma non li raggiungerà, / li cercherà senza trovarli. / Allora dirà: "Ritornerò al mio marito di prima, / perché stavo meglio di adesso". Non capì che io le davo / grano, vino nuovo e olio, / e la coprivo d'argento e d'oro, / che hanno usato per Baal. / Perciò, ecco, io la sedurrò, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore. / Le renderò le sue vigne / e trasformerò la valle di Acor / in porta di speranza. / Là mi risponderà / come nei giorni della sua giovinezza, / come quando uscì dal paese d'Egitto. / E avverrà, in quel giorno / - oracolo del Signore - / mi chiamerai: "Marito mio", / e non mi chiamerai più: "Baal, mio padrone". / Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa / nella giustizia e nel diritto, / nell'amore e nella benevolenza, / ti farò mia sposa nella fedeltà / e tu conoscerai il Signore".

Sal 102 (103)

® Il Signore è buono e grande nell'amore. Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. ® Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. ® Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all'ira e grande nell'amore. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe.

® Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 1-4

Fratelli, non c'è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.

Lettura del Vangelo secondo Luca 15, 11-32

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ancora: "Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: "Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta". Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: "Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati". Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: "Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio". Ma il padre disse ai servi: "Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato". E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: "Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo". Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso". Gli rispose il padre: "Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato".

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home