la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nel giorno del Natale del Signore
secondo il rito ambrosiano


25 dicembre 2016



 

 

Is 8,23b-9,6a
Sal 95
Eb 1,1-8a
Lc 2,1-14

Il Natale incrocia in questa messa del mattino le parole del profeta Isaia e il racconto del vangelo di Luca. Mi sono chiesto come conciliare "la luce secondo il profeta" e "la luce secondo il vangelo di Luca". La luce secondo il profeta è luce che irrompe dilagando, oserei dire maestosa: "Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse".

La Luce secondo il racconto di Luca dura il tempo di un volo di angeli. "La gloria del Signore" è scritto "avvolse di luce i pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge". La luce sui pastori si spense presto, rimasero con gli occhi in alto e a guardarli ora nella notte erano rimaste le stelle, quelle che ogni notte facevano loro compagnia di silenzi...

Come conciliare la luce che dilaga e quella più silenziosa, quasi notturna, trepidante? Mi sono detto che forse è la stessa domanda che ci facciamo davanti ai presepi. Come conciliare i presepi affollati di personaggi e di luci e i presepi nudi che raccontano l'inizio: Maria, Giuseppe, il bambino e pochi pastori? Non erano certo una moltitudine! Dilaga la luce, oso dire, e, nel suo dilagare, insegna l'esclusione delle appartenenze: la luce del Natale è per tutti, è sulla pelle di tutti, il sole non lo sequestri e neppure la luna! Siamo ancora avvolti, dalla luce anche questa mattina.

Ma ci occorreva una sosta. Siamo qui per una sosta, per ringraziare di questa luce che sfiora la nostra pelle, la luce di questa nascita. Forse ogni nascita è come luce impigliata nelle case, ma questa nascita è luce per la casa dell'umanità che non ha pareti, è nel cuore di ognuno, anche di ognuno di noi. Penso ci voglia silenzio, questo silenzio. O una musica diversa, diversa da quella che è risuonata per tutta la mia strada in questi giorni. Che poteva essere anche buona musica, ma era estranea, estranea all'evento, all'evento degli eventi. Che siamo qui silenziosamente a celebrare. Come farne memoria se non ritornando al racconto del vangelo?

Dopo il volo degli angeli, la luce si era fatta piccola, ora era piccola, era nella lampada che guidava i passi dei pastori nella notte. Vorrei fare della lampada dei pastori un simbolo. Vorrei augurare a me stesso, a ognuno di voi, a ogni donna e a ogni uomo, di camminare dietro questa piccola grande luce che è la nostra coscienza, che è la nostra anima. Perché senza questa lampada non c'è Natale, senza moto dell'anima non c'è Natale.

Un messaggio di questi giorni mi raccontava che nel Talmud è scritto. "Ogni filo d'erba ha un proprio angelo che lo incoraggia sussurrandogli: Cresci!". Nella notte della nascita furono gli angeli a risvegliare dal torpore i pastori e a incoraggiarli ad andare. Ognuno di noi un filo d'erba e l'angelo che dice: "Cresci", che incoraggia ad andare, dietro la lampada che buca la notte. Il segno, che non finiva di rimormorare nel cuore dei pastori, era preciso: "Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia".

E questo è il segno - non cambia - anche per noi, segno per cui ancora provare stupore. Non era un salvatore da cercare in alto, e nemmeno nelle zone sacre del tempio. La notizia stupefacente, la notizia delle notizie era che Dio dovesse essere cercato in una dello loro mangiatoie. Chissà cosa avranno pensato mentre andavano nella notte e chissà come fecero poi a trovarlo. Non è detto, ma visto che venivano da un volo di angeli e da un nembo di luce potevano forse aspettarsi una sosta degli angeli e della luce ache su quel rifugio disadorno.

No, solo una lampada, quella di Giuseppe, a far sì che, dal buio, si affacciasse il viso di quel bambino. E loro a guardarlo, a guardarlo un po' dall'alto, lui in basso, quando Dio era stato per secoli immaginato e insegnato "in alto". Loro a visitare un Dio che aveva visitato la loro terra, le loro cose, un Dio a centimetri di occhi. Un Dio che non disdegnava l'odore delle pecore che si portavano addosso. Ebbene questo è l'evento degli eventi.

Scrive Matta el Meskin, monaco egiziano, una della maggiori figure della chiesa copta ortodossa del secolo scorso: "Natale significa incarnazione. Cristo, il Dio in carne umana, non è un mero racconto, ma vita, è la speranza che viviamo, che lenisce la nostra debolezza, che mitiga la tragedia della storia e ogni tribolazione". Sì, in quel bambino illuminato nella notte da una povera lampada, i pastori videro l'abbraccio di Dio. L'abbraccio di Dio non era a distanza, come succede quando ci si abbraccia temendo di sfiorarsi. Era nella loro pelle. Il cielo e la loro terra abbracciati, in quel bambino, in una luminosa semplicità, in una luminosa povertà.

Questo ci raccontano i presepi, questo ci raccontano le liturgie del Natale: ci raccontano l'abbraccio tra il cielo e la terra. La liturgia dell'abbraccio - starei per dire - continui nella vita, in particolare l'abbraccio a coloro che - come i pastori al loro tempo - sono tenuti a distanza. Dio ha cancellato le distanze fisiche e spirituali. Dio è nella vita, non quella con la v maiuscola, ma quella con la v minuscola, minuscolo il bambino.

Dio lo senti, Dio lo sperimenti, nell'abbraccio, in ogni segno di abbraccio. Dio è raccontato dalla mano tesa, dalla tenerezza di un uomo, dalla tenerezza di una donna. Il Dio del presepe racconta l'abbraccio. E' quello che sembra ricordarci Mauricio Silva, piccolo fratello del vangelo, assassinato dalla dittatura argentina, quando scriveva: Signore, io so che Tu sei nella fede luminosa di una notte stellata, di un giorno radioso d'azzurro e di sole. Io so che Tu sei nella speranza gioiosa di un bimbo che nasce, di una lettera che arriva, di un amico che torna. Tu sei lo so che Tu sei nell'amore immenso di braccia che ti stringono e nella tenerezza della mano che mi è tesa.

Lettura del profeta Isaia 8, 23b-9, 6a

In passato il Signore Dio umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre / ha visto una grande luce; / su coloro che abitavano in terra tenebrosa / una luce rifulse. / Hai moltiplicato la gioia, / hai aumentato la letizia. / Gioiscono davanti a te / come si gioisce quando si miete / e come si esulta quando si divide la preda. / Perché tu hai spezzato il giogo che l'opprimeva, / la sbarra sulle sue spalle, / e il bastone del suo aguzzino, / come nel giorno di Madian. / Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando / e ogni mantello intriso di sangue / saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, / ci è stato dato un figlio. / Sulle sue spalle è il potere / e il suo nome sarà: / Consigliere mirabile, Dio potente, / Padre per sempre, Principe della pace. / Grande sarà il suo potere / e la pace non avrà fine / sul trono di Davide e sul suo regno, / che egli viene a consolidare e rafforzare / con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.

Lettera agli Ebrei 1, 1-8a

Fratelli, Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: / "Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato"? E ancora: "Io sarò per lui padre / ed egli sarà per me figlio"? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: "Lo adorino tutti gli angeli di Dio". Mentre degli angeli dice: "Egli fa i suoi angeli simili al vento, / e i suoi ministri come fiamma di fuoco", / al Figlio invece dice: "Il tuo trono, Dio, sta nei secoli dei secoli".

Lettura del Vangelo secondo Luca 2, 1-14

In quei giorni. Un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio. C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: "Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia". E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e sulla terra pace agli uomini, che egli ama".

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home