la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella Domenica di San Giovanni
rito ambrosiano


27 dicembre 2020



 

 

Os 1,9a; 2,7a.b-10.16-18.21-22
Sal 96
Rm 10,8c-15
Gv 21,19c-24

Accanto alla memoria della nascita di Gesù, la chiesa ospita memorie di santi: ieri santo Stefano, oggi l'apostolo ed evangelista Giovanni. Mi hanno sempre intrigato queste preferenze e confesso che le mie sono solo suggestioni. Perché l'apostolo Giovanni? E magari non Pietro, il capo degli apostoli? Forse il motivo non è uno solo. Mi piace pensare che di Giovanni nel vangelo, a volte per individuarlo senza incertezze, si dica: "il discepolo che Gesù amava". Saremmo, con un sorriso, tentati forse di dire che, essendo proprio lui il discepolo amato, questo era un luogo che gli spettava di diritto.

So che qualcuno avrebbe da ridire sull'espressione "il discepolo che Gesù amava": "ma come? non amava forse tutti? Persino Giuda chiamò col nome limpidissimo di amico quando per tradirlo lo baciò: "Amico" gli disse "per questo sei qui". E lui mai avrebbe detto parola che non sentiva. In questi giorni andiamo riprovando stupore per un Dio che si fa uomo. Dite che esagero se, rincorrendo la parola "uomo", oso dire che Dio si è fatto sentimenti. Pensate, ci sarebbe tutto un mondo da scoprire in Gesù - spesso è stato sottaciuto - il mondo dei sentimenti, anche quello del sentimento dell'amore. Certo Gesù amava tutti, ma questa universalità - lasciatemi dire - non cancellava di certo sfumature, empatie, sintonie, trasalimenti diversi.

A volte siamo arrivati a pensare che un amore, che venga dallo spirito, cancelli i sentimenti, le consonanze, la immediatezza del trasporto e finiamo per costruire manichini dello spirito, tutti uguali. Tutti amati allo stesso modo quasi fossimo degli stampini. Ma che cuore sarebbe? Il discepolo che Gesù amava. Il discepolo che noi celebriamo anche per la sua alta, altissima, contemplazione del Verbo di Dio, quella che ci affascina nel prologo del quarto vangelo. Ricordate: "In principio era il Verbo... e il Verbo si fece carne". Ebbene dentro di me bussava una domanda: "Ma come ci è arrivato Giovanni?". E subito mi veniva alla memoria - cosa strabiliante - da dove era partita la sua storia con quell'uomo chiamato Gesù, il profeta di Nazaret. Non è forse vero che a volte i santi li vediamo già quasi alla fine, beatificati? Ma da dove? Per me è emozionante, nella sua bellezza, pensare all'in principio di quella storia. L'in principio fu quel giorno sul lago. Gesù poco prima aveva chiamato Simone e Andrea, erano pescatori.

Ed ecco, scrive Matteo: " Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono" (Mt 4, 21). Erano pescatori, ma erano anche gente del "subito": "subito, lasciate le reti, lo seguirono". Fu per affascinamento, è indubbio. Ci rimane la domanda: "E che cosa avrà colpito Giovanni?". Certo la sequela di quello straordinario Rabbi sarebbe diventata un'avventura, tre anni, giorni e spesso notti.

Nemmeno loro, né Giovanni né il fratello, erano degli stinchi di santo e a volte facevano fatica a capirlo. Un giorno si erano pure messi a discutere tra loro per i primi posti nel gruppo. E ci si era messa pure la madre a rivendicare che nel regno di quel rivoluzionario Messia i suoi figli stessero uno a destra e uno a sinistra. Un giorno poi avevano augurato fuoco dal cielo per le città che avevano negato ospitalità al Maestro. Ma nell'una e nell'altra situazione non era mancato un rimprovero netto da parte del Maestro, come se non avessero capito proprio niente dei sui pensieri e dei suoi sentimenti.

Fu un'avventura lunga dietro di lui, dopo il giorno della barca. Vennero i giorni in cui tutto sembrò franare in un cielo fatto livido per via di amarezza di croce. Lui, Giovanni, un poco più fedele degli altri, tutti fuggiti, lui ai piedi della croce con la madre, affidati da Gesù l'uno all'altro. Chissà se sotto quel cielo di piombo da una fessura minima gli affiorò che tutto era iniziato presso il lago e lui sulla barca. Sto tralasciando cose e cose su di lui. Ma vorrei parlarvi dell'intuizione, che in tanti casi gioca un ruolo decisivo. In quanti campi! E ce lo scordiamo. Anche sotto i cieli della fede. Penso alla straordinaria capacità di intuire di Giovanni.

Più volte, parlando di lui, ci è capitato di soffermarci su questa sua immediatezza nell'intuire. Il maestro si era manifestato risorto, vivente, a una donna amica, Maria di Magdala. Lei porta notizia ai discepoli: due di loro, Pietro e Giovanni, corrono al sepolcro. Bellissimo il verbo "correre", verbo del desiderio che fa precorrere. Alla tomba arriva primo Giovanni, il più giovane. Aspetta Pietro. Quasi ci fosse rispetto per l'anzianità, per il posto che compete a Pietro. Lo aspetta al sepolcro, gli lascia la precedenza. Entrano tutti e due, prima Pietro, poi Giovanni: tutti e due vedono, vedono le bende per terra e il sudario. Tutti e due vedono, vedono le stesse cose. Ma solo di Giovanni è scritto che "vide e credette".

E' come se Giovanni raccontasse di quel barbaglio di luce che l'attraversò quel mattino al vedere il sudario e le bende ben ordinate. Non poteva essere il trafugamento di un cadavere. Capì che Gesù era risorto. Era andato al di là delle bende, al di là del sudario, al di là della tomba vuota, per un'intuizione del cuore. E' da mettere a memoria: non basta vedere, occorre intuire. E si intuisce col cuore. È così che tu arrivi prima. Così anche in un'altra alba, che verrà raccontata al capitolo 21 del Vangelo di Giovanni, alba sul lago dopo una notte di pesca vana. C'è un forestiero che, da riva, invita a gettare le reti alla destra della barca: risultato una imbarcata di pesci. Ebbene, chi interpreta? Chi intuisce? Chi dice a Pietro: "Ma quello è il Signore"? È ancora Giovanni. Lui, ancora una volta, arriva primo. C'è chi arriva primo, pur non occupando il primo posto. Chissà se, come chiesa, e non solo, lo teniamo presente.

C'è spazio - mi chiedo - per l'intuizione del cuore, per la bellezza, per la poesia, per l'arte? Voi mi capite, qualcuno che dalla barca, additando il forestiero a riva, dica: "E' lui!". Sotto spoglie diverse, ma è lui! Oggi.

 

Lettura della prima lettera di san Giovanni apostolo - Gv 1,1-10

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena. Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c'è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.

Sal 96 (97)

I tuoi amici, Signore, contempleranno il tuo volto. Il Signore regna: esulti la terra, gioiscano le isole tutte. Nubi e tenebre lo avvolgono, giustizia e diritto sostengono il suo trono. R I monti fondono come cera davanti al Signore, davanti al Signore di tutta la terra. Annunciano i cieli la sua giustizia, e tutti i popoli vedono la sua gloria. R Una luce è spuntata per il giusto, una gioia per i retti di cuore. Gioite, giusti, nel Signore, della sua santità celebrate il ricordo. R

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 10,8c-15

Fratelli, questa è la parola della fede che noi predichiamo. Perché se con la tua bocca proclamerai: "Gesù è il Signore! ", e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: "Chiunque crede in lui non sarà deluso". Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: "Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato". Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati? Come sta scritto: "Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!".

Lettura del vangelo secondo Giovanni - Gv 21,19c-24

In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Pietro: "Seguimi". Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: "Signore, chi è che ti tradisce?". Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: "Signore, che cosa sarà di lui?". Gesù gli rispose: "Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi". Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: "Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?". Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.

.

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home