la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella Domenica di Pentecoste

secondo il rito ambrosiano


31 maggio 2020



 

 

At 2,1-11
Sal 103
1Cor 12,1-11
Gv 14,15-20

Pentecoste, cinquantesimo giorno, giorno della pienezza. Già nella tradizione ebraica, alle origini fu festa del raccolto, poi festa del dono della Legge. Ed è anche per noi festa di un raccolto, del raccolto del vangelo, e anche di una nuova legge, la legge dello Spirito che è libertà. E non si dica che Pentecoste è l'ultimo capitolo, l'ultimo atto. Potremmo dire che, in un certo senso, è il primo: si esce, nel mondo, storia di nuovi atti, gli Atti degli apostoli, ma anche gli atti delle discepole e dei discepoli di ogni tempo. Anche i nostri atti, per energia nuova, dello Spirito.

"Venne" è scritto "all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano". Pensate alla bellezza di avere case ricolme di vento. Sappiamo quanto fosse cara a Gesù questa immagine del vento. Non è forse vero che, in un dialogo che prese tutta la notte, a Nicodemo disse che per nuove nascite, nascite dall'alto, nascite che fossero dunque di grande respiro, sarebbe venuto in soccorso la brezza di un vento, quello dello Spirito? Gli disse: "Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito" (Gv 3,7-8). E non è forse vero che sulla croce emise lo Spirito, il soffio che fa raduno, perché lui, elevato da terra, avrebbe attirato tutti - tutti! - a sé?

Vento di raduno! E non è forse vero che nella stanza al piano superiore, stanza dei dubitanti e dei reclusi, lui risorto su di loro avrebbe soffiato lo Spirito che dava pace, accogliendo l'umana fragilità? E poi il racconto del vento a Pentecoste, il vento nella casa e sui volti. Vento, soffio, respiro. Che incrocia il nostro bisogno di respirare, di respirare aria pulita, che allarghi i polmoni. Brezza fresca, quella che ti sfiora in queste mattine nelle prime ore del giorno. Ci si riempie i polmoni. Ti viene voglia di abbracciare la vita, di abbracciare il mondo. Così, quando ci sentiamo sfiorare dallo Spirito. Bisogno di allargare i polmoni.

Una connessione viene spontanea, connessione ai giorni che stiamo ancora vivendo. L'ho ritrovata nelle parole che ha scritto, Anne Zell, pastora della comunità valdese di Brescia. Che scrive: "Respirare finalmente. A pieni polmoni. Sentirsi rinfrescati e rinnovati. Che il vento di Dio possa soffiare, nelle nostre città soffocate, e che possiamo aprirci all'aria nuova e alle ispirazioni che ci porterà! Per tanti, troppi giorni, per lunghe settimane era come se ci mancasse il respiro, qui a Brescia, in Lombardia in particolare, e in tanti luoghi. Con il fiato sospeso a ogni sirena di ambulanza. Relegati nelle nostre case (fortunato e fortunata chi ce l'ha), che non per tutti e tutte era rifugio sicuro, ma a volte proprio luogo di convivenza soffocante.

Senza fiato e senza parole davanti ai troppi lutti". Mentre il pensiero corre a tutti coloro che in questo tempo hanno ridato a chi soffocava il dono di respirare, la mente può scorgere, in questa tragedia che ci ha colti di sorpresa, quasi un simbolo d'altro. Altro che toglie respiro alla vita. Di qui quasi un invito a indugiare - e sarebbe grazia - su tutto ciò che nella vita toglie respiro, crea soffocamento. Noi stessi potremmo dare respiro o toglierlo. Le nostre parole danno o tolgono respiro? Le nostre strutture danno o tolgono respiro? Le nostre iniziative danno o tolgono respiro? Sono case immobili, dove non spira vento? Dove non si accende immaginazione e fantasia?

Lontane, lontanissime, dall'essere come il vento. Di cui non sai di dove viene e dove va. E se di te invece si dicesse: "E' imprevedibile"? Non si direbbe forse qualcosa di quello che Gesù disse di coloro che sono nati dall'alto? Non la ripetizione stanca - mi succede di dire spesso - ma l'immaginazione. Una memoria da custodire certo, ma per sentirci spinti fuori. Il giorno in cui la casa e i discepoli furono colmi dello Spirito, la piazza divenne il luogo per raccontare le meraviglie di Dio. Non racconta le meraviglie di Dio una casa, una società, una chiesa dove manchi il respiro, il respiro di Dio.

Ebbene, vorrei aggiungere, lo Spirito non solo spinge a uscire, ma ha, come effetto insperato, sorprendente, che le donne e gli uomini della piazza si sentano ascoltati, ognuno nella propria lingua. Ogni donna e ogni uomo interpretati nel loro più profondo, nella loro lingua, nella loro irriducibile diversità. Anche questo un dono da chiedere. Troppo a lungo abbiamo imposto una sola lingua, la nostra. Quasi fosse l'unica, o l'unica degna d'ascolto. Pensate, per esempio, all'emozione nel giorno in cui, per spinta di vento, ci fu dato di celebrare l'eucaristia nella nostra lingua. Fu un giorno di vento.

Ci ritorna la domanda: abbiamo il genio, l'arte, di dare voce? O abbiamo il cattivo nefasto costume di zittire le voci? Segno di essere toccati dal vento dello Spirito è parlare nella lingua di tutti. E ognuno ha una sua lingua. Parliamo nella lingua di ognuno? Ecco, oggi vorrei brevemente sostare con voi su una lingua in cui ancora non parliamo, o a fatica parliamo, nella chiesa.

Penso alla lingua delle donne. E vorrei dare voce a una donna, al suo sguardo disincantato, al suo pensiero che chiede ascolto, un'amica, Maria Cristina Bartolomei. In un suo commento alla festa di Pentecoste, là dove sottolinea l'urgenza, per fedeltà allo Spirito, di parlare altre lingue facendoci comprendere da tutti, scrive: "Destinataria dell'annuncio è tutta l'umanità. Tuttavia vi è almeno una lingua che la Chiesa non parla correntemente né correttamente. Le donne non odono parlare "nella loro lingua" delle grandi opere di Dio.

L'annuncio le raggiunge in una lingua recante fortemente lo stigma della maschilità degli annunciatori: una maschilità non includente, che le esclude. Questo si riflette nella iconografia e nel linguaggio ecclesiastico dominanti. E' sull''intero e variegato corpo ecclesiale, che scese lo Spirito conferendo capacità e mandato di annunciare in tutte le lingue dell'umanità l'opera di Dio. L'esclusione di battezzati dalla partecipazione attiva a questa missione, in ragione del loro sesso (femminile) non sembra in armonia con questa scena di Pentecoste". Privazione dolorosa. Che chiede riconoscimento e abbattimento di pregiudizi.

Troppo a lungo abbiamo cancellato una voce insostituibile e preziosa, negando così alle donne la gioia che accadde nella piazza di Gerusalemme. Quella gioia che accade ogni volta che, per avventura di grazia, ognuno di noi si sente riconosciuto e interpretato nel più profondo cosi da provare sussulto di cuore, quasi fosse avvenuto che qualcuno parlasse la nostra stessa lingua, quella dell'anima, del cuore. Giorno di vento.

E sia vento. Su di te, su noi, sulla chiesa, sul mondo.

 

Lettura degli Atti degli Apostoli - At 2, 1-11

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, i discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: "Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio".

Sal 103 (104)

Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra. Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! La terra è piena delle tue creature. R Togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra. R Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore. R

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi - 1Cor 12, 1-11

Riguardo ai doni dello Spirito, fratelli, non voglio lasciarvi nell'ignoranza. Voi sapete infatti che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare senza alcun controllo verso gli idoli muti. Perciò io vi dichiaro: nessuno che parli sotto l'azione dello Spirito di Dio può dire: "Gesù è anàtema!"; e nessuno può dire: "Gesù è Signore!", se non sotto l'azione dello Spirito Santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell'unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l'interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l'unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni - Gv 14, 15-20

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi".

 

 


 
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