la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella Domenica che precede il martirio di Giovanni
secondo il rito ambrosiano


25 agosto 2019



 

 

Mac 6,1-2.18-28
Sal 140
2Cor 4,17 - 5,10
Mt 18,1-10

Questo testo di Matteo custodisce parole roventi di Gesù sullo scandalo, sullo scandalizzare i piccoli. Tinte forti, colori accesi che appartengono - dicono gli esegeti - al linguaggio semitico: si pensi all'immagine mozzafiato della macina da mulino. Parole che di certo non contraddicono l'immagine di un Gesù mite e umile di cuore, ma suonano come un grido di allarme e di denuncia. Sono parole che abbiamo spesso riudite in questi ultimi anni a proposito della vergogna delle vergogne, quella della pedofilia nella chiesa: "chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli…".

D'accordo, i biblisti ci fanno notare che il termine greco nel nostro racconto non indica i "bambini", ma i "piccoli", i deboli della comunità, i deboli nella fede. Ma tra questi come non pensare anche ai bambini? E come non condividere e dare forza alla denuncia "senza se e senza ma" di papa Benedetto prima e poi di papa Francesco? Rimane comunque il fatto che quel giorno Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo ai discepoli e disse: "Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli". Che bello pensare che tra quelli che ascoltavano Gesù - quel giorno ma non solo - c'erano anche loro, i bambini: forse un po' nascosti, ma neanche tanto, tra la gente comune. A volte facevano anche gazzarra e gli adulti a rimbrottarli, ma lui, Gesù, a dire che li lasciassero fare e che si guardassero dal mandarli via!

E vi immaginate quel giorno la faccia di quel bambino. Gesù aveva fatto segno a lui, proprio a lui, lo aveva chiamato. Lo volle al centro, non del mondo, ma degli sguardi sì. Gli occhi su di lui. Lui a rappresentare i bambini di tutto il mondo. E quella parola insolita, rivolta ai discepoli! Sì, dico insolita perché noi di solito invitiamo bambini e adolescenti a diventare adulti: "fatti adulto, maturo". E Lui a invitare a diventare bambini. Non che i ragazzi, gli adolescenti o i giovani non abbiano nulla da imparare dagli adulti. Il problema è che cosa? Ebbene a proposito di adulti - anzi in questo caso si tratta di un vecchio - sfioro, ma solo sfioro, per poi ritornare sui bambini, la figura di Eleazaro di cui ci ha parlato oggi il secondo libro dei Maccabei. Perché mi ha molto colpito il fatto che lui, a novant'anni, pensasse ai giovani - a novant'anni pensare ai giovani! -.

Dopo tutto per aver salva la sua vita bastava che facesse la finta di mangiare carni sacrificate, una finta! Ma quale testimonianza avrebbe lasciato ai giovani? Resistette, a prezzo della vita. I giovani, ma non solo loro, non hanno bisogno di uomini che per calcolo o interesse cedono alla menzogna. Lui anelava a lasciare un messaggio buono, resistendo ai potenti sino alla morte, voleva insegnare a resistere. Lui, a novant'anni, voleva lasciare ai giovani un messaggio buono: "Lascerò ai giovani" disse "un nobile esempio". Facile - tra me pensavo - criticare i giovani. Non dico - voi mi capite - che non sia prezioso confrontarsi con loro, anzi! Ma che esempio lasciamo? Che spettacolo diamo? Un esempio di nobiltà? Sarebbe bello e prezioso per i giovani avere insegnamenti di vita, insegnamenti di nobiltà.

E ora ritorno ai bambini e all'invito a diventare come bambini. Ce lo siamo detti tante volte che non è un invito all'infantilismo, alla dimissione dell'intelligenza, all'assenza di una sana criticità o a mettere il cervello all'ammasso. E allora che cosa significa diventare come bambini? Tutti vi siete accorti che Gesù lega due verbi: "Se non vi convertirete e non diventerete come bambini…". Si tratta di una conversione, di un cambio di mentalità, si tratta di mettere in questione il nostro concetto di grandezza. Il pericolo - lasciate che ve lo dica - è quello di mettere sì i bambini al centro, ma solo perché sono bellini e anche teneri, solo per vezzeggiarli o per farcene belli noi. Con il rischio che diventino dei balocchi. E noi non cambiamo, non ci convertiamo. Per Gesù non sono dei balocchi, sono - lasciatemi dire - un libro, da leggere.

Gesù il ragazzino lo mise al centro perché imparassimo. E allora ritorna la domanda: che cosa imparare da loro? Ho pensato di dirvelo con le parole di due donne: un modo anche questo perché le donne, cui è ancora vietato, possano parlare in una omelia. Due donne amiche: una, Lara Sacco, monaca nel monastero di Bose, iconografa, l'altra, Gabriella Caramore, conduttrice di programmi radiofonici e saggista.

Scrive Lara, la monaca: "Diventare come bambini, cioè ritrovare la sensibilità, l'intuizione e quell'apertura al divino tipica dei bambini che rende permeabili alla novità della vita e all'insegnamento della parola di Dio. Solo per chi è semplice, è riservata una sapienza profonda - quella che viene dall'entrare in una relazione vitale col Signore - e non per chi si vanta della conoscenza intellettuale che già possiede.

Farsi piccoli come un bambino è anche accettare di scoprire debolezza, fragilità in noi e cominciare ad assumerle anziché continuare a disprezzarle. Quel bambino da accogliere e abbracciare è in noi stessi e ci ricorda che siamo dono di Dio e tempio dello Spirito Santo. Gesù chiede ai discepoli e a noi ciò che per primo ha fatto. Egli presiede la comunità dei discepoli ma ha scelto volontariamente di occupare l'ultimo posto, come un bambino privo di potere". Scrive Gabriella Caramore:

"L'ultima - o la prima - beatitudine è forse proprio quella dei bambini. Felici i bambini perché sono altri rispetto al mondo. Felici i bambini, perché sono piccoli come un granello di senape. Felici i bambini perché la loro grandezza è nascosta, come un tesoro, dentro la pienezza del cuore, l'esultanza, il pianto. Felici i bambini perché creano cose nuove. Felici i bambini perché cominciano e perché sanno ricominciare. Felici i bambini perché basta nulla a salvarli - anche se basta nulla anche a ucciderli. Felici i bambini perché sono le più imperfette creature. E felici quelli che diventano come loro" (da "Come un bambino". Saggio sulla vita piccola).

Vi lascio a Lara e a Gabriella. E alle loro intuizioni.

 

Lettura del secondo libro dei Maccabei - 2Mac 6, 1-2. 18-28

In quei giorni. Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle leggi dei padri e a non governarsi più secondo le leggi di Dio, e inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio e quello sul Garizìm a Giove Ospitale, come si confaceva agli abitanti del luogo. Un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell'aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s'incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. Quelli che erano incaricati dell'illecito banchetto sacrificale, in nome della familiarità di antica data che avevano con quest'uomo, lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte e avrebbe trovato umanità in nome dell'antica amicizia che aveva con loro. Ma egli, facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia, della raggiunta veneranda canizie e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo, ma specialmente delle sante leggi stabilite da Dio, rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte. "Poiché - egli diceva - non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant'anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po' più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. Infatti, anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell'Onnipotente. Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi". Dette queste parole, si avviò prontamente al supplizio.

Sal 140 (141)

Nella tua legge, Signore, è tutta la mia gioia. Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; porgi l'orecchio alla mia voce quando t'invoco. La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera. R Poni, Signore, una guardia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra. Non piegare il mio cuore al male, a compiere azioni criminose con i malfattori: che io non gusti i loro cibi deliziosi. R A te, Signore Dio, sono rivolti i miei occhi; in te mi rifugio, non lasciarmi indifeso. Proteggimi dal laccio che mi tendono, dalle trappole dei malfattori. R

Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi - 2Cor 4, 17 - 5, 10

Fratelli, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Sappiamo infatti che, quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda, riceveremo da Dio un'abitazione, una dimora non costruita da mani d'uomo, eterna, nei cieli. Perciò, in questa condizione, noi gemiamo e desideriamo rivestirci della nostra abitazione celeste purché siamo trovati vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito. Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo - camminiamo infatti nella fede e non nella visione -, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.

Lettura del Vangelo secondo Matteo - Mt 18, 1-10

In quel tempo. I discepoli si avvicinarono al Signore Gesù dicendo: "Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?". Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all'uomo a causa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli".

 

 

 


 
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