la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella nona Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano


22 luglio 2018



 

 

2Sam 6,12b-22
Sal 131
1Cor 1,25-31
Mc 8,34-38

Stavano camminando, in direzione del villaggio di Cesarea di Filippo. Per strada si può parlare del più o del meno. O di cose leggere. A volte ne abbiamo bisogno. Ma quel giorno i discorsi lungo la strada non furono di certo leggeri. Per la prima volta nei discorsi di Gesù comparve una parola tutt'altro che leggera, diremmo pesante: la parola "croce". Le parole del maestro quel giorno furono a dir poco spiazzanti. I discepoli rimasero letteralmente allibiti. Lo saremmo stati anche noi. Era come se ai loro occhi d'un tratto si fosse svelato un orizzonte totalmente diverso da quello che fino ad allora aveva abbagliato i loro occhi.

Aveva cominciato parlando di se stesso, spazzando via d'un colpo le immagini di un Messia trionfante, che si erano come annidate da tempo nell'immaginario comune: Messia, sì, ma rigettato da quelli che hanno voce e potere, ucciso, dopo tre giorni risorto. No, la cosa era insopportabile, le parole erano insopportabili. E Pietro frastornato si era sentito in dovere di prenderlo in disparte e di rimproverarlo. Così era una follia! E lui non tornò sui suoi passi, nemmeno di un centimetro. Gli diede del "satana", gli disse che non pensava secondo Dio, ma secondo gli uomini.

Forse, dico forse, messo sull'avviso dalla reazione di Pietro, volle che sapessero - e non solo Pietro - che questa e non altra era la strada. Questo e non altro era seguire lui. E che lo sapessero tutti. Stavano camminando, si fermò. E non si accontentò di dirlo ai discepoli: E' scritto: "Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro…". Dovevano saperlo tutti e che non si mettessero in mente strane idee: seguire lui era andare per la strada per cui lui stava andando. Chiaro! Non era un andare per andare o un andare dettato da altro. "Convocata la folla insieme ai suoi discepoli…": vi confesso che leggendo mi sono sentito anch'io tra i convocati. E Lui a ripetere a me quelle parole che non sono né leggere né facili, ma sono decisive.

Decisive per la vita o la non vita. Perché a lui interessa la vita e se ce le ridice questa mattina è perché a lui sta a cuore la vita di ciascuno di noi. Sentite: "Quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e poi perda la propria vita!". E la vita la si perde - voi me lo insegnate - non quando si muore, la si perde prima. Per Gesù la perdiamo se siamo ossessionati di avere tutto, ma viviamo disconnessi. Da Dio, dagli altri e dal mondo, dalla passione per Dio, per gli altri, per il mondo, un vivere da fantasmi e da senza cuore. "Ma che guadagno c'è?": dice Gesù e per la prima volta nel vangelo appare la parola "croce": "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso , prenda la sua croce e mi segua".

Forse potremmo ritradurre: "Se qualcuno vuol venire dietro a me - cioè essere mio discepolo - smetta di riconoscere solo se stesso" - questo significa rinnegare se stesso - "elevi la sua croce e mi segua". Vedete, spesso quando si citano le parole di Gesù a proposito di croce da prendere si pensa a cose estreme. al legno, che lui portò sino a sentirsene scavare le ossa sul Calvario. Ebbene nelle parole di Gesù rivolte ai discepoli, e quindi a noi, ci colpisce il possessivo legato alla parola "croce": "Prenda la "sua" croce". Come a dire che ognuno ha la sua. Non c'è bisogno di cercarla. Nemmeno Gesù l'ha cercata. La croce fu per lui una conseguenza. La conseguenza del suo modo di intendere e di interpretare la vita: non come impazzire per noi stessi, ma come appassionarci al compito che ci è stato dato.

Se nella vita ti appassioni, se ti appassioni per la giustizia, per l'onestà, per la correttezza nel tuo lavoro, per la difesa della dignità di ogni creatura, - e potremmo continuare - prima o poi ti troverai a che fare con chi ti respinge, con chi cerca di metterti da parte, di ridurti al silenzio. Come non ricordare oggi con riconoscenza, cioè riconoscendo la loro bellezza d'anima, di mente, di cuore, tutti coloro che, proprio a motivo del loro impegno anche civile, nobile e disinteressato, hanno trovato opposizioni, livore, accuse infamanti. Forse a noi non toccherà tutto questo. Forse a me no, perché Dio sa quanto io sia debole.

Ma per me, per ciascuno di noi prendere la croce significa prendere la vita di ogni giorno tenendo davanti agli occhi - pur confessando la mia distanza - lo stile di Gesù. O, se volete, il suo modo di intendere la grandezza. Pensate la comunità dei credenti dovrebbe aspirare a questo: essere uno dei luoghi dove è palesemente visibile che per noi grandezza è altro e che spesso la vera grandezza riluce dal volto dei semplici e degli umili. Non a caso Paolo pensa ai visi della comunità di Corinto e come un vanto, il vanto del vangelo, scrive: "non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti…".

Mi è venuta, perdonate, la domanda: "Ci sono qui, oggi, in mezzo a noi, quelli ritenuti meno sapienti, i deboli, i disprezzati? E, se non ci sono, almeno li portiamo qui nel cuore? Domanda. Lasciatemi aggiungere una postilla. Vivere spendendosi è bello, fa bellezza. Spesso la croce la si è predicata come l'anticamera di un vivere funereo. Motivo per cui qualcuno potè scrivere: "Cruciato martire tu cruci gli uomini, tu di tristizia l'aer contamini". Il pensiero mi corre a Davide - prima lettura - che danza con tutte le sue forze davanti a Dio.

Vi dirò che la parola "danza" mi riportò ancora una volta a Madeleine Delbrel (1904-1964), una delle più grandi mistiche del secolo scorso, che scriveva: "Penso che tu, Signore, forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato. Un giorno in cui avevi un po' voglia d'altro hai inventato san Francesco, e ne hai fatto il tuo giullare. Lascia che noi inventiamo qualcosa per essere gente allegra che danza la propria vita con te".

 

Lettura del secondo libro di Samuele 6, 12b-22

In quei giorni. Davide andò e fece salire l'arca di Dio dalla casa di Obed-Edom alla Città di Davide, con gioia. Quando quelli che portavano l'arca del Signore ebbero fatto sei passi, egli immolò un giovenco e un ariete grasso. Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore. Davide era cinto di un efod di lino. Così Davide e tutta la casa d'Israele facevano salire l'arca del Signore con grida e al suono del corno. Quando l'arca del Signore entrò nella Città di Davide, Mical, figlia di Saul, guardando dalla finestra vide il re Davide che saltava e danzava dinanzi al Signore e lo disprezzò in cuor suo. Introdussero dunque l'arca del Signore e la collocarono al suo posto, al centro della tenda che Davide aveva piantato per essa; Davide offrì olocausti e sacrifici di comunione davanti al Signore. Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di comunione, Davide benedisse il popolo nel nome del Signore degli eserciti e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d'Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua. Davide tornò per benedire la sua famiglia; gli uscì incontro Mical, figlia di Saul, e gli disse: "Bell'onore si è fatto oggi il re d'Israele scoprendosi davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si scoprirebbe davvero un uomo da nulla!". Davide rispose a Mical: "L'ho fatto dinanzi al Signore, che mi ha scelto invece di tuo padre e di tutta la sua casa per stabilirmi capo sul popolo del Signore, su Israele; ho danzato davanti al Signore. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò vile ai tuoi occhi, ma presso quelle serve di cui tu parli, proprio presso di loro, io sarò onorato!".

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1, 25-31

Fratelli, ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, "chi si vanta, si vanti nel Signore".

Lettura del Vangelo secondo Marco 8,34-38

In quel tempo. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, il Signore Gesù disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi".

 

 

 


 
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