la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella sesta Domenica dopo l'Epifania
secondo il rito ambrosiano


17 febbraio 2019



 

 

Is 56,1-8
Sal 66
Rm 7,14-25a
Lc 17,11-19

 

"Lungo il cammino verso Gerusalemme, attraversava la Samaria e la Galilea". E già questo primo versetto del nostro racconto crea in me suggestioni. Come se mi aprisse il cuore, questo andare di Gesù per Samaria e Galilea. Questo varcare confini di terre così diverse, religiosamente ostili. Come se per lui non esistessero confini. Andava e veniva per terre diverse. Entra in un villaggio. L'evangelista non dice in che territorio siamo, se degli uni o degli altri. Gli vengono incontro dieci lebbrosi. Si fermano a distanza: loro sono degli esclusi. Erano dieci, uno di loro straniero. Mi fa pensare il fatto che siano gruppo: tra gli esclusi, di popolazioni diverse, nasce a volte una complicità buona, quasi li accumuni una sorte comune, un sogno di futuro comune. Nove più uno.

Loro, il confine tra i popoli l'avevano già varcato. Ma la lebbra, la lebbra che segnava il loro corpo, aveva creato un altro confine. E' una malattia fisica la lebbra, ma allora era anche una malattia sociale. I ciechi, gli zoppi, i sordi, i muti, i malati delle numerosissime malattie della terra, potevano trovare accoglienza, cure, premure nelle case, nelle città. Questa malattia invece, questa della lebbra, provocava una esclusione, una morte civile: fuori dal consorzio umano, religioso e civile. Il lebbroso deve stare fuori, stare a distanza: la lebbra rende impuri, il lebbroso è un contaminato e, a sua volta, contamina: contamina con la sua presenza fisica. E quindi lontano! L'esclusione.

Questa stretta connessione tra malattia fisica e morte civile ci fa capire il senso del comando di Gesù: "Andatevi a presentarvi ai sacerdoti". Sono loro a riammettere il lebbroso, guarito, nel consorzio civile, nella comunità. Questo particolare ci racconta l'attenzione sensibilissima di Gesù: gli interessa che tu sia guarito nel tuo corpo, ma anche che tu non sia tenuto a distanza. Che tu ti senta accolto nella tua comunità. Questo vuole Dio, questo vuole Gesù: l'inclusione degli esclusi. Nei primi giorni di febbraio, nel suo viaggio negli Emirati Arabi, in un incontro interreligioso a Du Bhai, papa Francesco disse: "Non si può onorare il Creatore senza custodire la sacralità di ogni persona e di ogni vita umana: ciascuno è ugualmente prezioso agli occhi di Dio. Perché Egli non guarda alla famiglia umana con uno sguardo di preferenza che esclude, ma con uno sguardo di benevolenza che include.

Pertanto, riconoscere ad ogni essere umano gli stessi diritti è glorificare il Nome di Dio sulla terra". Uno sguardo di benevolenza, quello di Dio, uno sguardo che include, che riconosce ad ogni essere umano gli stessi diritti. Uno sguardo di benevolenza, includente, che non sempre abbiamo onorato, come credenti, lungo i secoli. A volte purtroppo l'abbiamo tradito, pur essendoci stato ricordato nei testi sacri. Oggi, in un passo custodito nel rotolo di Isaia, leggevamo parole di Dio luminose: "Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: "Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!". Non dica l'eunuco: "Ecco, io sono un albero secco!".

Ma come può accadere - mi chiedo - che si leggano parole come queste e poi si considerino degne di esclusione, rami secchi, intere categorie di persone? Ma vorrei aggiungere una riflessione, ritornando al brano di Luca, per dire che a Gesù certo sta a cuore la guarigione fisica dei dieci lebbrosi, ma sta a cuore anche dell'altro. Tu gli li stai a cuore anche per altro. Non gli basta che tu sia guarito, gli interessa che tu sia salvo. C'è la fede dei nove, una fede debole, che guarisce sì dalla lebbra, ma non salva. E c'è la fede di questo samaritano, di questo straniero, l'unico che ritorna - sembra di vederlo - "lodando Dio a gran voce".

Fede, la sua, che guarisce sì dalla lebbra, ma soprattutto salva. A lui, a lui solo è detto: "la tua fede ti ha salvato". Come era la fede dei "nove che non ritornarono"? Sembra di capire che fosse una fede ristretta nei confini della legge; si muove entro l'arco, piuttosto rigido, delle cose prescritte. Era prescritto presentarsi ai sacerdoti. Ci vanno. Ma forse c'è anche un'altra cosa da dire, questa: che, dopo tutto, quell'ordine -"andate dai sacerdoti, presentatevi a loro"- veniva da Gesù. Dopo tutto essi obbedivano ad un ordine, portavano a termine un ordine di Gesù. Ecco, questo particolare è affascinante, è intrigante.

Qui Gesù sembra lodare, anzi loda colui che non ha portato a termine il suo comando, ma si è lasciato prendere dal cuore, dall'urgenza di ringraziare. E questa urgenza diventa inversione di marcia: "tornò indietro"; diventa voce: "lodando Dio a gran voce"; diventa gesti, gesti fisici di devozione, di tenerezza: "cadde sulla faccia presso i suoi piedi". Voi mi capite, il comando -"presentatevi ai sacerdoti" - è stato sconvolto, interrotto dal cuore, dai riti del cuore. Qui il rito del cuore porta lontano dalla codificata prassi canonica. E la salvezza - "la tua fede ti ha salvato"- in questo caso non viene dall'avere osservato delle leggi, ma dall'avere scoperto che, sopra le leggi, conta onorare l'incontro, l'incontro sorprendente, con il Rabbi di Nazaret. Penso ogni incontro! E questo lo intuisce un samaritano, uno che nella mentalità comune è considerato un infedele, "di un'altra razza". La razza "buona" al contrario percorre la via delle norme, delle regole, dei rituali e non si lascia prendere dal cuore.

È una provocazione anche per noi. La nostra fedeltà ai rituali - ai rituali religiosi, civili, sociali, alle cosiddette "convenienze sociali" - non ci avrà a tal punto condizionati, imprigionati, imbavagliati, da non permetterci più di abbandonare - quando occorresse - la "sequenza" dei rituali per lasciarci prendere e portare via dal cuore? I formalismi non avranno inaridito il trasalire della fede e del cuore? La religione non avrà ucciso la fede? E Gesù al samaritano disse: "Alzati e va', la tua fede ti ha salvato".

Dove mai gliela aveva letta la fede? Forse in quel rito del cuore, in quel suo ritornare, in quel suo bisogno di dire gratitudine. E che sia una briciola di fede la gratitudine? Che sia un segno della nostra fede questo bisogno di ringraziare? Che sia un segno che siamo ancora umani, salvati in umanità?

 

 

Lettura del profeta Isaia 56, 1-8

In quei giorni. Così dice il Signore: "Osservate il diritto e praticate la giustizia, / perché la mia salvezza sta per venire, / la mia giustizia sta per rivelarsi". / Beato l'uomo che così agisce / e il figlio dell'uomo che a questo si attiene, / che osserva il sabato senza profanarlo, / che preserva la sua mano da ogni male. / Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: / "Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!". / Non dica l'eunuco: / "Ecco, io sono un albero secco!". / Poiché così dice il Signore: / "Agli eunuchi che osservano i miei sabati, / preferiscono quello che a me piace / e restano fermi nella mia alleanza, / io concederò nella mia casa / e dentro le mie mura un monumento e un nome / più prezioso che figli e figlie; / darò loro un nome eterno / che non sarà mai cancellato. / Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo / e per amare il nome del Signore, / e per essere suoi servi, / quanti si guardano dal profanare il sabato / e restano fermi nella mia alleanza, / li condurrò sul mio monte santo / e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. / I loro olocausti e i loro sacrifici / saranno graditi sul mio altare, / perché la mia casa si chiamerà / casa di preghiera per tutti i popoli". / Oracolo del Signore Dio, / che raduna i dispersi d'Israele: / "Io ne radunerò ancora altri, / oltre quelli già radunati".

Sal 66 (67)

® Popoli tutti, lodate il Signore! Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto; perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti. ® Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra. ® Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti. Ci benedica Dio, il nostro Dio, e lo temano tutti i confini della terra. ®

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 7, 14-25a

Fratelli, sappiamo che la Legge è spirituale, mentre io sono carnale, venduto come schiavo del peccato. Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la Legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra. Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!

Lettura del Vangelo secondo Luca 17, 11-19

In quel tempo. Lungo il cammino verso Gerusalemme, il Signore Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi!". Appena li vide, Gesù disse loro: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: "Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". E gli disse: "Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!".

 

 

 


 
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