la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella sesta Domenica di Pasqua
secondo il rito ambrosiano


6 maggio 2018



 

 

At 26, 1-23
Sal 21
1Cor 15, 3-11
Gv 15, 26-16,4

Non ci ha nascosto la realtà. Era venuto, certo, a dare inizio al regno di Dio, un inizio qui sulla terra. Le sue parole facevano sognare e fanno ancora sognare; mettevano spinta di sangue e ancora mettono spinta di sangue nelle vene e nelle mani; si trattava e ancora si tratta di costruire pazientemente ma tenacemente una terra che cammini verso una luminosità, contro ogni forma di degrado. Si trattava e si tratta di capovolgere dunque tutto un mondo che inesorabilmente porta alla disumanità in tutte le sue degradate espressioni.

Un vero capovolgimento che Gesù aveva affidato alle parole del monte, dando fiducia - diceva loro "avanti, coraggio!" - al camino dei poveri, al cammino di quelli che si sentono lontani da ogni arroganza dello spirito, di quelli che sono miti, di quelli che sono trasparenti, di quelli che sono ancora capaci di tenerezza, di quelli che tessono instancabili fili di pace, di quelli che li consuma una sete profonda di giustizia. Lui ci credeva. E ancora ci crede. Ma non sarebbe stato un cammino facile. E al fine di proteggere i suoi da amarezze, da disillusioni, da cali di speranza, disse loro che il cammino non sarebbe stato senza fatiche e senza opposizioni. Parlò loro di persecuzione.

Tra le tante cose, ricordò loro anche questo, la sera dell'ultima cena con loro. Parlò di persecuzione. Ma anche di chi li avrebbe difesi. Non avrebbero dovuto cercare difese e appoggi all'esterno, e nemmeno attendere protezioni dal braccio secolare. E' accaduto purtroppo lungo la storia e forse qualcuno ne ha ancora qualche sogno oggi. Quando lo abbiamo fatto o lo facciamo, siamo lontani dalle sue parole, che invitavano, e ancora invitano, a non fare affidamento su strategie terrene, ma unicamente - e sembra paradossale - su ciò che non si vede, sullo Spirito. Avrebbe dato lo Spirito e lo Spirito sarebbe stato la loro forza, la forza della loro testimonianza.

Oggi nella lettura degli Atti degli apostoli, ne abbiamo avuto come una controprova. Abbiamo ascoltato la difesa di Paolo davanti al re Agrippa. Una difesa lucida, coraggiosa, indomita. Lui, solo, davanti a re e governatore, assediato e strattonato da giudaizzanti, pressato dalle loro accuse. E lui? Lui, uomo libero. Da dove la forza?. Non aveva forse detto Gesù: "Quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi"? (Mt 10,19-20).

Forse potremmo chiederci il perché delle persecuzioni. E al cuore ci ritorna la beatitudine evangelica: "Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli". Ebbene la parola di Gesù - e già lo ricordavamo poco fa - è una parola controcorrente, è un giudizio sulla ingiustizia, che offende l'immagine di Dio in ogni creatura. E' grido contro la disumanità. E il grido - voi lo sapete - infastidisce chi con la disumanità ha fatto pace, vuoi per la protezione della propria tranquillità, vuoi per pusillanimità dello spirito, vuoi per la difesa dei propri interessi e dei propri privilegi. Scrive papa Francesco nella sua Esortazione. "Gaudete et exultate": "In una società alienata, intrappolata in una trama politica, mediatica, economica, culturale e persino religiosa che ostacola l'autentico sviluppo umano e sociale, vivere le Beatitudini diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata" (78).

Dobbiamo per onestà intellettuale però aggiungere che c'è anche una persecuzione - e questo dovrebbe sconcertare e inquietare noi credenti - che non viene, come ci aspetteremmo da un mondo ateo che non crede in Dio, ma viene dal cosiddetto mondo religioso. E le letture di oggi si soffermano su questa persecuzione, quella che viene dal mondo dei cosiddetti difensori della religione. Dopo tutto il re Agrippa e Festo riconoscono che Paolo non ha nessuna colpa, ma cedono agli ambienti religiosi che perseguitano Paolo per il suo messaggio, che lui rivendica fedele a quello dei Padri, un messaggio che annuncia Gesù risorto, luce, non solo per il popolo di Israele ma per tutte le genti. La persecuzione viene da coloro che sulle labbra hanno il nome di Dio.

Anche il vangelo sotto questo aspetto è inquietante: paradossalmente nel nostro brano sono proprio gli uomini della religione quelli da cui mette in guardia Gesù. Pensate al peso di queste sue parole: "Vi scacceranno dalle loro sinagoghe, anzi viene il giorno in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio". Rendere culto a Dio! La nostra storia purtroppo è stata segnata anche da roghi in cui si sono bruciate donne e uomini, con la pretesa di dar gloria a Dio. Oggi non più con il rogo, ma con l'esilio sì, con la riduzione al silenzio sì, con la diffamazione e la calunnia sì. Pensando di dare culto a Dio, di preservare la fede, l'integrità della fede.

Ci è chiesto - voi mi capite - vigilanza, capacità di discernere. Ma, a proposito di persecuzioni, sullo stimolo dell'esortazione del papa sulla santità, vorrei aggiungere che l'essere perseguitati non necessariamente, e non sempre, è segno di fedeltà al vangelo. C'è persecuzione e persecuzione. Ci sono, secondo papa Francesco, delle persecuzioni inevitabili. Ma ce ne sono altre perfettamente evitabili. E "sono quelle" scrive il papa "che ci potremmo procurare noi stessi con un modo sbagliato di trattare gli altri. Un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti. Non erano così gli Apostoli di Cristo.

Il libro degli Atti racconta insistentemente che essi godevano della simpatia di tutto il popolo" (93). Ed ecco la domanda: una fedeltà più limpida al vangelo non potrebbe farci godere anche oggi, come allora, della simpatia di tutto il popolo?

 

 

Lettura degli Atti degli Apostoli 26, 1-23

In quei giorni. Agrippa disse a Paolo: "Ti è concesso di parlare a tua difesa". Allora Paolo, fatto cenno con la mano, si difese così: "Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi difendere oggi da tutto ciò di cui vengo accusato dai Giudei, davanti a te, che conosci a perfezione tutte le usanze e le questioni riguardanti i Giudei. Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza. La mia vita, fin dalla giovinezza, vissuta sempre tra i miei connazionali e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei; essi sanno pure da tempo, se vogliono darne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto secondo la setta più rigida della nostra religione. E ora sto qui sotto processo a motivo della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. A motivo di questa speranza, o re, sono ora accusato dai Giudei! Perché fra voi è considerato incredibile che Dio risusciti i morti? Eppure anche io ritenni mio dovere compiere molte cose ostili contro il nome di Gesù il Nazareno. Così ho fatto a Gerusalemme: molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con il potere avuto dai capi dei sacerdoti e, quando venivano messi a morte, anche io ho dato il mio voto. In tutte le sinagoghe cercavo spesso di costringerli con le torture a bestemmiare e, nel colmo del mio furore contro di loro, davo loro la caccia perfino nelle città straniere. In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con il potere e l'autorizzazione dei capi dei sacerdoti, verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. Tutti cademmo a terra e io udii una voce che mi diceva in lingua ebraica: "Saulo, Saulo, perché mi perséguiti? È duro per te rivoltarti contro il pungolo". E io dissi: "Chi sei, o Signore?". E il Signore rispose: "Io sono Gesù, che tu perséguiti. Ma ora àlzati e sta' in piedi; io ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò. Ti libererò dal popolo e dalle nazioni, a cui ti mando per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, e ottengano il perdono dei peccati e l'eredità, in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me". Perciò, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste, ma, prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea e infine ai pagani, predicavo di pentirsi e di convertirsi a Dio, comportandosi in maniera degna della conversione. Per queste cose i Giudei, mentre ero nel tempio, mi presero e tentavano di uccidermi. Ma, con l'aiuto di Dio, fino a questo giorno, sto qui a testimoniare agli umili e ai grandi, null'altro affermando se non quello che i Profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè il Cristo avrebbe dovuto soffrire e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunciato la luce al popolo e alle genti".

Sal 21 (22)

® A te la mia lode, Signore, nell'assemblea dei fratelli. oppure ® Alleluia, alleluia, alleluia. Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe. Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli. Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra.® Davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere.® Io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: "Ecco l'opera del Signore!". ®

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15, 3-1

Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè / che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture / e che fu sepolto / e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture / e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 15, 26 - 16,4

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: "Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l'ho detto. / Non ve l'ho detto dal principio, perché ero con voi".

 

 


 
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