la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella quinta Domenica di Quaresima
secondo il rito ambrosiano


18 marzo 2018



 

 

Dt 6,4a; 26,5-11
Sal 104
Ef 5-15-20
Gv 11,1-53

Il vangelo oggi, per un lungo tratto, ci ha fatto rivivere ciò che accade in una casa quando uno della famiglia sta male e poi muore. Voci che si chiamano da lontano prima che avvenga il transito e poi un dolore fitto, che fa stretta al cuore: un pianto soffocato, un non capire. E poi, più che di parole, un bisogno di presenze buone, un bisogno di occhi, di carezze, di abbracci, un bisogno anche di silenzi. Di silenzi e di amicizie.

Nel racconto vediamo Gesù - dopo un attimo di sospensione che non ci è facile spiegare - avviarsi ed entrare in questo mondo di sentimenti, di dolori, di speranze. E' l'amico. E' come se tutto il racconto fosse accompagnato da un motivo dominante, quasi un sottofondo musicale che tiene strette le parole. Sino alla conclusione paradossale dell'ultimo paragrafo che ha una chiusa inquietante, raggelante: "Da quel giorno dunque decisero dl ucciderlo".

Sino a questa chiusura oscena, a vibrare nelle parole, nei gesti, persino nel bianco tra parola e parola, il sottofondo struggente dell'amicizia, quasi la casa di Betania ne fosse un'icona, una icona indimenticabile. E l'evangelista si premura di sottolinearne l'atmosfera già prima che Gesù si metta in cammino. Le sorelle mandano a dire: "Colui che tu ami è malato". Nemmeno il nome, pensate: colui che tu ami. E il commento: "Gesù amava Marta e suo sorella e Lazzaro". E Gesù ai discepoli: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato, ma io vado a svegliarlo". A volte mi chiedo se a salvarci dalla devastazione del dolore, e della morte, oltre il dono della fede, non sia anche il dono inestimabile dell'amicizia, la presenza dei nostri amici.

Posso sbagliare, ma a me sembra che noi abbiamo troppo trascurato questo aspetto del vangelo: come Gesù abbia vissuto pienamente e intensamente questa dimensione della tenerezza nei rapporti, la dimensione dell'amicizia. Non so se vi capitato di notarlo: nei confronti dei suoi discepoli Gesù non usa tanto la parola "fratelli", "voi siete miei fratelli". Usa la parola "amici": "Non vi chiamo più servi... Io vi ho chiamato amici" (Gv 19,15).

Ebbene, nei secoli a seguire, nella chiesa, ad attestarsi con più vigore è stata la parola "fratelli", forse anche a deperimento della parola "amico", "amica", che conserva una sua intensità e bellezza, incancellabili. Mi chiedo se non sia anche questa una parola che sconfigge la morte e ridona vita. L'amicizia - voi ve ne siete accorti - splende di libertà. Anche la libertà di un rimprovero delle sorelle all'amico, arrivato tardi, troppo tardi: "Signore , se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto".

Chissà se le nostre amicizie consentono il rimprovero, anche il rimprovero a Dio. Quante volte, pensate, Dio sembra in ritardo. In ritardo sui nostri tempi o sui tempi dll'umanità: "Ma dov'eri? Se tu fossi stato qui, o Dio!". E ce lo consentano, ci consentano di dirlo, i maestri di una spiritualità rigida, senza sussulti e sentimenti, che censurano come bestemmie i rimproveri di donne e uomini a Dio per il suo ritardo. Gesù al contrario accarezza con il suo sguardo i volti, indugia sugli occhi che sono diventati un lago di pianto.

E' scritto: "Allora Gesù quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei si commosse profondamente… scoppiò in pianto". C'è un prima, capite. Prima delle parole, se non vuoi che le parole suonino vuote o false. Prima c'è la commozione - profonda, dice il vangelo - c'è il turbamento di Gesù, c'è il pianto. Poi dirà - e gli occhi forse ancora non gli si erano asciugati del tutto - dirà: "Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio". E la gloria di Dio non è già nella morte. Che gloria mai per Dio sarebbe la morte per sempre? Sarebbe la sconfitta di Dio. Gloria di Dio è l'uomo che vive, la donna che vive, l'umanità e la terra che vivono. Aveva anche detto a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita". E a lei che pensava alla risurrezione dell'ultimo giorno - usava il verbo al futuro - aveva risposto usando paradossalmente il verbo al presente: "Io sono - io sono oggi - risurrezione e vita".

Qualche esegeta ha fatto notare questa precedenza della parola "risurrezione" sulla parola "vita". Perché? Perché la vita, se risurrezione non c'è, che vita è? Sarebbe una vita logorata da un tarlo, dal pensiero della fine. La fine e non la introduzione. Voi di certo vi siete accorti che l'evangelista, che si dilunga sui dialoghi per quasi tutto il racconto, il segno di Lazzaro che esce dalla tomba lo racconta in poche righe, quasi a dirci che a Gesù interessava che da tutto il racconto uscisse una verità, questa: che Gesù è risurrezione e vita. Che lui, volto visibile dell'invisibile volto di Dio, è contro tutto ciò che ci lascia confinati, inerti e finiti, in una tomba.

Messaggio è che il Figlio di Dio apre le tante tombe dell'umanità, le vuole aperte. E non solo l'ultima. E vuole che chi crede in lui come risurrezione e vita, a sua volta, con lui, apra tombe, faccia uscire dalla desolazione, dall'oppressione, dalla corruzione. Quale gioia più grande di questa, poter dire, come lui, ai desolati della terra: "Vieni fuori! Riprendi a vivere"? Ed essrre fedeli al suo invito, viene a noi oggi: "Liberatelo e lasciatelo andare".

I piedi e le mani infatti erano legati con bende e il viso avvolto da un sudario. Pensate quante cose ancora ci legano le mani e i piedi, così che non operiamo come giusto sarebbe, là dove giusto sarebbe. E non siamo là dove giusto sarebbe andare, inchiodati come siamo ai nostri soliti interessi, agli interessi di una cerchia ristretta, orizzonti ristretti e non donne e uomini sedotti da grandi orizzonti. Abbiamo il volto avvolto da un sudario, che non permette agli occhi di vedere oltre il nostro naso. Un sudario che non ci permette di respirare, con il risultato che creiamo ambienti dove non si respira: manca il respiro.

Con il pericolo che la chiesa - ma non solo la chiesa - diventi una fabbrica di sudari che tarpano il respiro, ambienti asfittici dove manca l'aria. La nostra voce confessa: "Tu, Signore, sei la risurrezione e la vita". Ma nell'aria mi sembra di sentire la sua voce che mette fretta: "Liberatelo e lasciatelo andare".

 

Lettura del libro del Deuteronomio 6, 4a. 20-25

In quei giorni. Mosè disse: "Ascolta, Israele: Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: "Che cosa significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore, nostro Dio, vi ha dato?", tu risponderai a tuo figlio: "Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l'Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa. Ci fece uscire di là per condurci nella terra che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore, nostro Dio, così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi. La giustizia consisterà per noi nel mettere in pratica tutti questi comandi, davanti al Signore, nostro Dio, come ci ha ordinato"". Sal 104 (105) ® Il Signore fece uscire il suo popolo fra canti di gioia. A lui cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie. Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore. ® Israele venne in Egitto, Giacobbe emigrò nel paese di Cam. Ma Dio rese molto fecondo il suo popolo, lo rese più forte dei suoi oppressori. ® Ha fatto uscire il suo popolo con esultanza, i suoi eletti con canti di gioia, perché osservassero i suoi decreti e custodissero le sue leggi. ®

Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 5, 15-20

Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore. E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 11, 1-53

In quel tempo. Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, colui che tu ami è malato". All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato". Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!". I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?". Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui". Disse queste cose e poi soggiunse loro: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo". Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se si è addormentato, si salverà". Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!". Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!". Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà". Gesù le disse: "Tuo fratello risorgerà". Gli rispose Marta: "So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno". Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?". Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo". Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: "Il Maestro è qui e ti chiama". Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: "Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: "Guarda come lo amava!". Ma alcuni di loro dissero: "Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?". Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni". Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato". Detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberàtelo e lasciàtelo andare". Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dissero: "Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione". Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro: "Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!". Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.

 

 


 
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