la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella quinta Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano


14 luglio 2019



 

 

Gen 18,1-2a.16-33
Sal 27
Rm 8,18-25
Lc 13, 23-29

 

Troppe le suggestioni nelle letture, anche perché il brano di Luca verosimilmente raduna alcuni detti di Gesù. E anch'io andrò per suggestioni, cominciando dalla porta stretta di cui parla Gesù. Ebbene, non era forse lui ad andare verso una porta stretta? Era in salita, verso Gerusalemme. Là lo aspettava una porta stretta. E io non so se quel giorno a fargli parlare di porta stretta fu il pensiero della sua porta stretta, verso cui era incamminato e che avrebbe oltrepassata. Porta stretta, una morte di croce, morte non da eroe ma da malfattore, anzi da empio, un sovversivo della religione. A quel tale, che lungo la strada gli fece una domanda sul numero dei salvati, - una domanda che a volte ci facciamo anche noi - non rispose con numeri, non gli andavano le statistiche, ma richiamando una condizione per la salvezza, quella di impegnarsi: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta".

Sforzatevi, in greco "lottate" - agonízesthe - per entrare. Agonia. Penso che l'agonia sia l'ultima, porta stretta, passaggio stretto. Il Cardinale Martini un giorno parlò della morte come di un passaggio stretto in parete per chi sta scalando un monte: quasi ti scarnifichi ad attraversarlo, ma poi sei nella luce immensa della vetta. Penso che nella vita siano tante le scelte strette cui siamo chiamati. Nel nostro racconto - come sempre accade nei vangeli, si aprono orizzonti, orizzonti e sorprese. Una prima sorpresa è che, alla domanda di un tale, uno di numero :"Signore, sono pochi quelli che si salvano?", Gesù risponda con un plurale: "Sforzatevi…". Dunque quel tale appartiene a una categoria. Potremmo dire che a trovare la porta chiusa è una categoria. E dunque sarebbe intrigante sorprendere i connotati di questa categoria.

Ebbene mi sembra che le parole di Gesù siano esplicite. Chi sono quelli che bussano e la porta è chiusa? Chi sono quelli che ribussano e si sentono dire: "Non so di dove siete"? Pensate, sono quelli che hanno l'aria di essere di casa con il padrone, sono convinti di avere qualche diritto all'accesso, un diritto, secondo loro, acquisito con pratiche - diremmo - religiose. Sentiteli. "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Attualizzando diremmo: "Abbiamo partecipato all'eucaristia, ti abbiamo organizzato raduni mondiali. Non è forse questo che ci fa salvi? Ciò che abbiamo fatto mettendo al centro te, i nostri atti di devozione, le nostre catechesi, i nostri gruppi?". E perché, nonostante tutto questo, la porta rimane chiusa? Ecco la motivazione, esplicita, non si può equivocare: "Voi non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia".

Ebbene qui c'è uno dei deragliamenti pazzeschi del vangelo, deragliamenti dal nostro modo di pensare la religione. Tu pensi di avere aperta la porta perché hai fatto qualcosa per Dio e lui ti chiede che cosa hai fatto per gli altri: se hai praticato o no la giustizia. Come a dire che è questo che gli sta a cuore. Senza questo, la porta rimane chiusa. Voi mi capite, non sto dicendo che non conti nutrirci del pane della parola di Dio o del pane dell'Eucaristia, ma, se tutto questo è fatto in verità, accade che sempre più noi capiamo che cosa sta a cuore a Dio: gli sta a cuore la gustizia, che siamo operatori di giustizia e non di ingiustizia. Noi veniamo qui per imparare sempre più a far discernimento nella vita e a scegliere di operare il bene, il bene comune, la giustizia. In questi giorni ho letto una frase di un cardinale, il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, che mi sembra sintetizzare in modo limpido queste parole che oggi abbiamo ascoltato da Gesù: "Essere cristiani" dice "non significa essere religiosi ma più umani".

Forse potremmo dire che la porta è stretta nel senso che il criterio è: se siamo o no più umani, se siamo o no donne e uomini per la giustizia. Capite allora perché, alla fin fine, la porta, segnalata come stretta, diventa una porta per la quale passano una infinità di persone, perché il criterio sarà: operatori di giustizia o di ingiustizia? E allora, dice Gesù: "Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio". Questi che passano la porta lui sa di dove sono, vengono da ogni dove, quanto a popolo o religione, ma tutti vengono da un paese, il paese della giustizia: operatori di giustizia. In questa luce oggi vorrei sfiorare l'episodio di Sodoma e Gomorra. Sul quale a lungo si è equivocato. Qual è il peccato della città? E' un peccato contro l'ospitalità. Due dei tre ospiti di Abramo, arrivano a Sodoma e Lot insiste perché entrino nella sua casa e vi passino la notte. Ebbene gli abitanti di Sodoma pretendono che Lot si consegni loro per abusarne. Ma Lot si rifiuta: l'ospite è sacro; inviolabile l'ospitalità. Non ci sono eccezioni.

Ecco un uomo giusto, che verrà preservato dalla distruzione. Ma giusto e umano è anche Abramo. Noi tutti - immagino - ancora una volta ci siamo incantati alla sua preghiera, che tenta di scongiurare la distruzione di Sodoma. Con quel suo appassionato contrattare con Dio sui giusti che potrebbero esserci nella città: ce ne saranno cinquanta? Forse quarantacinque, forse quaranta, forse trenta, forse venti, forse dieci? E qui Abramo si ferma. Qualcuno osserva che Abramo avrebbe potuto osare di più. E magari arrivare a un giusto. Figura di Gesù il giusto, in cui tutti siamo salvati dalla distruzione. Forse è vero, però che grande Abramo! Che non si rassegna alla distruzione di una città. Dopo tutto non è la sua. Anche lui del paese dei giusti! Una ingualcibile umanità! La sua e dovrebbe essere anche la nostra: siamo discendenza di Abramo. Condizione? Essere più umani! Deponi la rozzezza, la porta è stretta.

 

Gen 18, 1-2a. 16-33

In quei giorni. Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all'ingresso della tenda nell'ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Quegli uomini andarono a contemplare Sòdoma dall'alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: "Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l'ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso". Disse allora il Signore: "Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!". Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: "Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?". Rispose il Signore: "Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo". Abramo riprese e disse: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?". Rispose: "Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque". Abramo riprese ancora a parlargli e disse: "Forse là se ne troveranno quaranta". Rispose: "Non lo farò, per riguardo a quei quaranta". Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta". Rispose: "Non lo farò, se ve ne troverò trenta". Riprese: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti". Rispose: "Non la distruggerò per riguardo a quei venti". Riprese: "Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci". Rispose: "Non la distruggerò per riguardo a quei dieci". Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.

Sal 27 (28)

Signore, ascolta la voce della mia supplica. Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio. R Sia benedetto il Signore, che ha dato ascolto alla voce della mia supplica. Il Signore è mia forza e mio scudo, in lui ha confidato il mio cuore. Mi ha dato aiuto: esulta il mio cuore, con il mio canto voglio rendergli grazie. R Forza è il Signore per il suo popolo, rifugio di salvezza per il suo consacrato. Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità, sii loro pastore e sostegno per sempre. R

Rm 4, 16-25

Fratelli, eredi si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi - come sta scritto: "Ti ho costituito padre di molti popoli" - davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all'esistenza le cose che non esistono. Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne "padre di molti popoli", come gli era stato detto: "Così sarà la tua discendenza". Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

Lc 13, 23-29

In quel tempo. Un tale chiese al Signore Gesù: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Disse loro: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio".

 

 


 
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