la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella quinta Domenica di Pasqua
secondo il rito ambrosiano


19 maggio 2019



 

 

At 4,32-37
Sal 132
1 Cor 12,31-13-13,8a
Gv 13,31b-35

 

Io non so, non so se ce l'avrei fatta a parlare, con il cuore così gonfio. Io forse no. Lui, Gesù, si. L'evangelista, poco prima delle parole che oggi abbiamo ascoltato, scrive di lui che era molto turbato. Aveva appena lavato i piedi, impolverati e stanchi, dei suoi discepoli lasciando loro il gesto come un sacramento da inverare. Poi si era tolto un segreto, ma di quelli che ti sfondano il cuore: aveva svelato che uno di loro l'avrebbe tradito. Quella era dunque una notte di tradimento. "Dette queste cose" scrive Giovanni "Gesù fu profondamente turbato e dichiarò…".

Con il cuore gonfio ti vengono parole da brivido. E lo sono. Si mise a parlare - ed è sconcertante - di gloria, e poi di amore. E io vorrei stringere insieme le due parole, la gloria e l'amore. Come le ha strette lui. Parla di una gloria che ha già ricevuto e di una gloria che riceverà dal Padre suo: ebbene uno si guarda intorno, in quella sala al piano superiore, dove Gesù sembra quasi fare un bilancio della sua vita. Glorificato? Ma da chi? Stanno per giustiziarlo. Voi subito intuite che lui cambia i connotati alla gloria. Forse potremmo dire che nella sua vita è stato glorificato, sì: dai piccoli, dalla povera gente, dagli umili, da pubblicani e peccatori. Perché lui è passato beneficando.

E questa era per lui gloria: beneficare, fare del bene. "E che cosa è gloria per me?": mi viene subito da chiedermi. Per noi? Che cosa è avere successo per noi? Passare facendo del bene, come Gesù? Anche se nessuno se ne accorge? E ti basta la luce che si è accesa negli occhi di qualcuno? E poco importa se nessuno lo sa? Anche a costo di incomprensioni? Lui, Gesù, ha vissuto la grande incomprensione. Di coloro che la religione la usavano - e ancora oggi la usano - per la loro gloria, per la supremazia, per la sopraffazione, per l'esclusione, per il dominio, ed ogni strumento è buono pur di far fuori l'altro.

Ma ci accorgiamo come tutto questo cozzi con Gesù e il suo vangelo, con il "palco", sì, della croce, la cattedra, sì, della croce dove ognuno di noi può leggere fino a che punto arriva l'amore di un Dio? E Dio lo glorificherà. Voi vi siete accorti che, nel nostro raccontarci, è avvenuto, quasi senza che ce ne accorgessimo, il congiungimento delle due parole cui accennavo: gloria e amore. Voi capite perché ora Gesù lascia la parola gloria e sosta su quello che per lui è la sostanza della gloria: l'amore. E lo chiama comandamento nuovo. Nuovo forse per quell'intensità che sta in quel "come": "Come io vi ho amati così anche voi amatevi gli uni gli altri".

Penso che voi lo abbiate notato. Noi secondo i nostri criteri ci saremmo aspettati che dicesse: "Come io vi ho amati, così anche voi amate me". No, lui dirotta l'amore sugli altri. Rispondiamo al suo amore affacciandoci agli altri. A noi tocca dunque tenere negli occhi come lui ha amato noi. Tenerlo negli occhi, perché l'amore di Gesù non è stato una vaghezza. Leggi i vangeli: il suo non è un biascicamento di parole, trovi sentimenti, trovi gesti, dentro la concretezza delle persone, delle situazioni. Ebbene vorrei sostare sulla "concretezza" dell'amare, che abbiamo ritrovato questa mattina sia nella lettera di Paolo a quelli di Corinto sia nel brano degli Atti degli apostoli.

A una comunità come quella di Corinto dove si sbandierava un pregare estatico, una fede più forte delle stesse montagne, e una generosità da strappa applausi, Paolo con fermezza dice che si può anche fare tutto questo senza la carità, senza una vera passione del cuore, simile a quella che fu di Gesù, ma solo per avere in cambio acclamazioni e gloria, sedotti da ciò che è straordinario, con l'assillo dell'apparire. Paolo chiama alla concretezza del quotidiano e dà aggettivi imperdibili all'amore. Li abbiamo ascoltati, i connotati sono questi: "La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine".

L'orizzonte dell'amore conosce questa concretezza, Guardiamoci dunque dal dirci troppo disinvoltamente cristiani se poi ci gonfiamo di orgoglio, se manchiamo di rispetto, se cerchiamo il nostro interesse. E alla concretezza siamo chiamati, senza giri di parole, anche dal racconto degli Atti, un sommario che descrive come era, o, se volete, come sentiva di dover essere, la comunità delle origini. C'è una concretezza che, ogni volta che leggo il racconto, mi crea stupore e - vi confesso - anche rossore per la mia smemoratezza. E tutto sta in una parola che non posso sorpassare. Sta in quell'"Infatti". Fate attenzione all'"infatti": "Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso".

Voi mi capite: come si testimonia che Gesù è risorto? Non con proclamazioni, ma con la concretezza di un segno: "nessuno tra loro era bisognoso". Ma ci pensate e io ci penso che la testimonianza che Gesù è risorto è che nella comunità non ci sono "persone che hanno" e "persone che non hanno"? Ed ecco la domanda: oggi è questa la testimonianza che diamo della risurrezione? Ci sarà qualcuno che si scandalizza di un cardinale che riattiva la corrente elettrica in una casa buia. Ma una casa buia dà testimonianza della risurrezione? E dunque accendere la luce non è invasione della politica, è fedeltà al vangelo. E' dare credibilità alla risurrezione il fatto che nessuno sia senza luce. Devo confessare che prima di oggi non mi ero mai soffermato - vedete dove arriva l'insensibilità, la mia - sul fatto della luce.

Mi hanno fatto molto pensare le parole del Direttore della Caritas ambrosiana, un laico, Luciano Gualzetti, che ieri l'altro dava dei numeri: a Milano nel 2018 dalla Caritas sono state pagate oltre seimila bollette elettriche di persone che non potevano farsene carico: in seimila a lume di candela. Il dramma dei senza luce. "Di mense per chi ha fame" diceva "ce ne sono in città… ma essere costretti a vivere senza luce e quindi senza riscaldamento, rappresenta invece uno stigma sociale che sconvolge anche moralmente. Una cena si può saltare, ma accendere la candela per andare in bagno o per far studiare un figlio è un fallimento che ti fa sentire povero in modo drammatico".

E mi verrebbe da ritradurre: "Correva l'anno 2019, a Milano i discepoli davano testimonianza alla risurrezione, infatti tra loro nessuno era senza luce".

 

 

Lettura degli Atti degli Apostoli 4, 32-37

In quei giorni. La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno. Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa "figlio dell'esortazione", un levita originario di Cipro, padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli.

Sal 132 (133) ®

Dove la carità è vera, abita il Signore. oppure ® Alleluia, alleluia, alleluia. Ecco, com'è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme! ® È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull'orlo della sua veste. ® È come rugiada dell'Ermon, che scende sui monti di Sion. Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre. ®

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,31 - 13, 8a

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 13, 31b-35

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: "Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri".

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home