la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella quinta Domenica dopo l'Epifania
secondo il rito ambrosiano


5 febbraio 2017



 

 

Is 66,18b-22
Sal 32
Rm 4,13-17
Gv 4,46-54

A Cana Gesù già ci era stato. E quel giorno il segno avvenne - lo ricordate - tra le mura di una casa: ci fu vino, ci fu festa per tutti. A Cana ritorna: fortunato, diremmo, questo villaggio sperduto! Ci ritorna ed ecco un altro segno. Questa volta non avviene tra le mura di una casa del paese: avviene a distanza: Gesù è a Cana e il segno accade a Cafarnao...

Quasi a dire la potenza della parola di Gesù! Sì, a distanza. Basta una sua parola e il figlio del funzionario del re, che stava per morire, riprende vita. La prima volta a Cana c'era una festa da salvare. Ora a Cafarnao c'è una vita da salvare. E anche qui c'è un passaggio, un passaggio nel cuore di Gesù, simile, abbastanza simile, a quello che accadde al banchetto di Cana: anche qui infatti sembra di cogliere una iniziale resistenza di Gesù.

Il giorno del banchetto alla madre aveva detto che non era giunta ancora la sua ora. Qui, davanti all'invocazione accorata di un padre, Gesù reagisce dicendo: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete". Non credete. Forse è vero. E' vero, Signore che la nostra è una piccola fede, qualche volta un fantasma di fede. E' vero anche che a te, a volte o spesso, ci rivolgiamo quando abbiamo bisogno, quando non ne possiamo più, quando abbiamo un cuore che scoppia.

Ebbene è come se il pianto di quel padre avesse cancellato il tuo rimprovero per la nostra povera fede, una fede che vuole "vedere". Tu non resisti, no, non resisti al pianto. Ti fermi all'insistenza di quel padre, al suo volto, come se tu lo ascoltassi per la prima volta. Ti sta dicendo: "Signore, scendi prima che il mio bambino muoia". Ti senti strappare il cuore, gli dici: "Va', tuo figlio vive". Tenero Gesù, ma ammirevole il funzionario del re. Pensate, lui pagano e straniero in quel paese, credette alla parola. Semplicemente a una parola, detta da Gesù.

Anche se tutto diceva il contrario. Anche se negli occhi aveva ancora il viso di quel suo figlio morente. Anche se - lasciatemi dire - Il rabbi di Nazaret, non gli diceva: " vengo con te" come forse lui s'aspettava. Lui lo aveva invitato a scendere a Cafarnao. E Gesù non scendeva, solo gli diceva: "Va'. Tuo figlio vive". "Si mise in cammino"! In cammino. Come in cammino si mise Abramo, padre dei credenti, il giorno in cui Dio gli disse: "Vattene dalla tua terra … verso la terra che io ti indicherò".

Ebbe fede, anche se non vedeva. Come Abramo quando Dio lo condusse fuori nella notte e gli disse: "Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle". E soggiunse: "Tale sarà la tua discendenza". E la sua moglie, Sara, era avanti negli anni ed era sterile! Voi mi capite, la fede è mettersi in cammino, senza vedere, prima di vedere, con questa certezza in cuore che la promessa si sta realizzando: "Va', tuo figlio vive"! Crederlo, nonostante le immagini sembrerebbero dire - a volte urlare - tutto il contrario.

Fede è mettersi in cammino. Noi siamo qui questa mattina per rimetterci in cammino. Anche senza vedere. Ma ora vorrei sfiorare un altro pensiero, perché nelle letture di oggi, in tutte le tre letture, era presente un invito all'orizzonte della universalità, un invito a riconoscere il valore della universalità. Il funzionario del re, destinatario del segno di Gesù, era straniero e pagano. Lo straniero e il pagano… e il tanto che, secondo il vangelo, c'è nello straniero e nel pagano, quasi a dire: "allarga gli occhi!".

Tra l'altro, non è forse vero che quel giorno Gesù arrivava da un pozzo della Samaria, da una terra di meticciato religioso, dove aveva fatto breccia nel cuore di una donna inquieta? Gesù scopre fessure, fessure di fede, al di là delle classiche nostre distinzioni. Ebbene un respiro di universalità dilaga anche nel brano della lettera ai Romani, là dove Paolo dice che la promessa di Dio non è riservata solo a un popolo o a una sola tradizione religiosa: la si gioca nella fede, cioè mettendosi in cammino, come fece Abramo, che per la sua fede divenne padre di tutti noi, padre di molti popoli.

Lo stesso respiro, un respiro di universalità ci investe, e ci inonda di immagini, nella prima lettura. Sono le parole conclusive del rotolo di Isaia. Il libro finisce con questa visione. Quasi volesse farcela rimanere negli occhi, negli occhi e nel cuore. "Io" dice il Signore "verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue, essi verranno e vedranno la mia gloria". Noi dovremmo godere ogni volta che si realizza questo sogno di Dio. Che è il raduno. E quando sentissimo parlare lingue diverse intorno a noi pensare: "Come è bello che ci siano tante lingue, è il raduno di Dio!".

Leggendo, mi dicevo anche: come è difficile oggi realizzare il sogno di Dio. Non possiamo nascondercelo. I problemi sono enormi: a noi tocca cercare soluzioni che concilino universalità e sicurezza. Occorre immaginazione, intelligenza delle situazioni, capacità di elaborare politiche nuove. Ma certo rimane il sogno di Dio che è il raduno. Il raduno, vorrei dire, e anche lo scambio. Mi sembra di leggere l'immagine dello scambio nella figura del ponte.

Non il muro, ma il ponte. Il muro è duro, immobile, rimane fermo. È gelido, ti respinge. È l'esclusione. I muri gridano l'estraneità. Hanno nelle loro fessurazioni un urlo di disumanità: "Tu fuori!". Forse per questo, la mia generazione, quando vide crollare un muro, sventolò un sogno: che fosse stata strappata per sempre la bandiera della disumanità? E dove vorresti trovare i credenti? Tra quelli che alzano muri, o tra quelli che gettano ponti?

Difficilmente resistiamo al fascino di un ponte: è il superamento della voragine della distanza, congiunge ciò che sembrava incongiungibile, permette esplorazioni di altre terre. Le sue arcate sono sfida nel cielo, splendono come la vera sfida dell'umanità. Beati i costruttori di ponti. Ad ogni livello. Congiungono, senza confondere. I ponti non mischiano le terre, mettono in comunicazione le ricchezze. Preghiamo che Dio ci illumini. Che ci aiuti a realizzare, pazientemente, tenacemente, il suo sogno. Sulla terra.

 

 


 
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