la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella quarta Domenica di Quaresima
secondo il rito ambrosiano


22 marzo 2020



 

 

Es 34,27 - 35,1
Sal 35
Rm 8,1-4
2Cor 3,7-18

Ancora una volta - e voi mi perdonerete, sono vecchio, e mi ripeto come i vecchi - leggo il vangelo, questo del cieco dalla nascita, e nel racconto mi incantano l'aria aperta, le strade, il fango, la piscina e mi deprime l'aria chiusa del tempio. E allora, pensando che sono giorni in cui non abbiamo proprio bisogno di ulteriori depressioni, se mai invece di illuminare visi, io sosterò molto più su strade e piscina, limitandomi a incursioni fuggevoli nel tempio.

E raccolgo un'immagine, non solo dal vangelo ma anche dalle altre letture, l'immagine della luce. Di luce parla il libro dell'Esoso. Direi, parla di una sovrabbondanza di luce, di una dismisura, quasi un troppo di luce, tanto se n'era imbevuta la pelle di Mosè sul monte. E' scritto che mentre egli scendeva dal monte, non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con Dio. Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui". Di assenza di luce, di deserto di luce, parla il vangelo raccontando degli occhi del cieco nato, un pozzo buio, al punto che il suo era un mendicare denaro e più non lo sfiorava il pensiero che potesse mendicare luce.

E poi occhi lavati, occhi illuminati. Ve li immaginate i suoi occhi? Forse vi pare di vederlo. Io restringo l'orizzonte e lascio a voi di leggere la bellezza di questo brano attraversandolo lentamente e sostando ai molti significati che aprono suggestioni a non finire, disseppellendo tesori nascosti tra riga e riga. Voi potete. Vorrei limitare il mio commento a una legatura che potrei chiamare: la luce e il parlarsi. Una legatura che era stata anticipata dal racconto del monte Sinai, dove, come ricordavamo, si dice che la pelle di Mosè "era diventata raggiante". Ma perché? "Perché" - è scritto - "aveva conversato con Dio".

"Conversato" - voi mi capite - non parole solo in un senso, da un parte, ma da tutte e due gli interlocutori. E dunque - lasciatemi dire - faceva piacere anche a Dio, come succede tra amici. Non per nulla nella Scrittura sacra è detto che Mosè era amico di Dio. Ecco la legatura: "conversare" ti illumina, "parlare con" ti illumina. Non tutte le parole ti illuminano gli occhi, perché non tutte e non sempre sono un conversare, un "parlare con", a volte sono monodirezionali, non hanno a cuore l'altro, neppure lo vedono, tanto meno ne provano commozione.

Succede all'inizio del racconto: ricordate le parole dei discepoli, fredde, distaccate, non sono un conversare, ma un discettare distaccato e visi pallidi. Visi pallidi i loro, che ancora legano le tragedie alla punizione di Dio: "Chi ha peccato perché nascesse cieco?". Succede anche oggi che gente, che si crede illuminata, legga il coronavirus come una punizione di Dio per i peccati dell'umanità. Abbandonateli, abbandonate simili discorsi, sono bestemmie, abbandonateli contrastandoli, come li abbandonò Gesù rivendicando per Dio, suo Padre, opere di vita e non di morte, un Dio che apre gli occhi dei ciechi. Visi pallidi i discepoli.

Visi pallidi, anzi bui, senza luce quelli degli inquisitori che il cieco trovò nel tempio: quello non fu un conversare, un parlarsi. Apparentemente un dialogo ed era un monologo. E non gliene importava niente, niente di niente, che dalla nascita lui avesse portato la tragedia di occhi che non vedono ed ora la grazia insperata di vedere. Nessun credito a un uomo che racconta la sua storia. Loro hanno i loro principi. Né può avere un qualche valore o significato la storia di un altro. Loro sdottrinano dall'alto. Non è un parlarsi. Sono i veri ciechi.

Il nostro brano liturgico purtroppo è stato amputato dei versetti finali, in cui è detto che quel gruppo di farisei, risentiti per le parole di Gesù, gli dissero: "Siamo forse ciechi anche noi?". Gesù rispose loro: "Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: 'Noi vediamo', il vostro peccato rimane". La presunzione acceca, la confessione della propria cecità porta alla luce. Ritorno al "parlare con". Che illumina.

Mi ha molto colpito una affascinante corrispondenza. Ricordate la samaritana al pozzo che dice a Gesù: "Quando verrà il Messia ci annuncerà ogni cosa"? Le dice Gesù: "Sono io, che parlo con te". Ed oggi nel nostro brano - intrigante corrispondenza - Gesù al cieco illuminato chiede se crede nel Figlio dell'Uomo. Gli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". E' colui che parla con te.

Ultima illuminazione: "parla con te". Ultima perché mi vien fatto di pensare che Gesù al cieco si sia illuminato a poco a poco: all'inizio illuminato da chiarore, quando lo sentì buttare all'aria l'immagine di un Dio che punisce i peccati mandando tragedie all'umanità, ma poi quando sentì sulla pelle le sue mani che spalmavano di fango i suoi occhi, era come se la tenerezza di quel rabbi, la raccontassero le mani, poteva dare fiducia a quelle parole "va' e lavati". Ho pensato che c'è anche un parlarsi con il corpo.

Nel libro del profeta Osea ho trovato scritto: "Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" . O meglio "sul suo cuore" (Os 2,16). Parlare sul cuore dell'altro, parlarsi con il corpo, il contrario di un parlare spento, vuoto di cuore. Meno parole e più cuore. Non so se capita anche a voi di faticare a reggere il fiume di parole che ci investono in questi giorni, parole che non ci parlano. Parole ad occhi asciutti. Fuggite dalle parole quando gli occhi sono asciutti. Ci parlano di più alcune immagini dove tocchi la carne.

Sono certo che vi hanno parlato e non finiranno di parlarci, tra le tante, due immagini di questi giorni. La prima, che ci ha straziato e ci strazia il cuore: quel corteo delle bare sul camion dei militari. Il silenzio, il solo rumore dei camion. Verso dove? L'immensa pietà. Seconda, l'immagine di un papa che se ne va solo per una strada di Roma, una veste bianca che si allontana e tu non riesci ad allontanarla dai tuoi occhi. E' di spalle, ma gli indovini gli occhi. Lui ci parla, noi gli parliamo.

"Sono io che parlo con te!". Gesù parla con noi.

 

Lettura del libro dell'Esodo - Es 34, 27-35,1

In quei giorni. Il Signore disse a Mosè: "Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un'alleanza con te e con Israele". Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole. Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. Mosè allora li chiamò, e Aronne, con tutti i capi della comunità, tornò da lui. Mosè parlò a loro. Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando non fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore. Mosè radunò tutta la comunità degli Israeliti e disse loro: "Queste sono le cose che il Signore ha comandato di fare".

Sal 35 (36)

Signore, nella tua luce vediamo la luce. Signore, il tuo amore è nel cielo, la tua fedeltà fino alle nubi, la tua giustizia è come le più alte montagne, il tuo giudizio come l'abisso profondo: uomini e bestie tu salvi, Signore. R Quanto è prezioso il tuo amore, o Dio! Si rifugiano gli uomini all'ombra delle tue ali, si saziano dell'abbondanza della tua casa: tu li disseti al torrente delle tue delizie. R È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. Riversa il tuo amore su chi ti riconosce, la tua giustizia sui retti di cuore. R

Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi - 2Cor 3,7-18

Fratelli, se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? Se già il ministero che porta alla condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia. Anzi, ciò che fu glorioso sotto quell'aspetto, non lo è più, a causa di questa gloria incomparabile. Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo. Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli d'Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero. Ma le loro menti furono indurite; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, quando si legge l'Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; "ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto". Il Signore è lo Spirito e, dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore.

 

Vangelo secondo Giovanni - Gv 9, 1-38b

In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?". Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo". Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Sìloe" - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: "Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?". Alcuni dicevano: "È lui"; altri dicevano: "No, ma è uno che gli assomiglia". Ed egli diceva: "Sono io!". Allora gli domandarono: "In che modo ti sono stati aperti gli occhi?". Egli rispose: "L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: "Va' a Sìloe e làvati!". Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista". Gli dissero: "Dov'è costui?". Rispose: "Non lo so". Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo". Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato". Altri invece dicevano: "Come può un peccatore compiere segni di questo genere?". E c'era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: "Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?". Egli rispose: "È un profeta!". Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: "È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?". I genitori di lui risposero: "Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé". Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: "Ha l'età: chiedetelo a lui!". Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: "Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore". Quello rispose: "Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo". Allora gli dissero: "Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?". Rispose loro: "Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?". Lo insultarono e dissero: "Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia". Rispose loro quell'uomo: "Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla". Gli replicarono: "Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?". E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!".

 

 


 
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