la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella quarta Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano

 


7 luglio 2019



 

 

Sir 18,1-2.4-9a.10-13
Sal 135
Rm 8, 18-25
Mt
6, 25-33

 

Leggevo di Abele e Caino, leggevo di Gesù che ti toglie dalle labbra la parola "pazzo", "stupido". Mi guardavo intorno, guardavo dentro di me, guardavo a ciò che sta accadendo in questo nostro paese. E mi chiedevo: "Abbiamo ancora la libertà e il coraggio di leggere nelle chiese queste pagine e di dire che in esse Dio ci sta dicendo qualcosa?". Non so se siamo così liberi di ridirle fuori le chiese o di attualizzarle nelle omelie, perché accovacciato, come nel cuore di Caino, è il volto adirato. Ma a noi tocca di ridirle dentro un clima di odio dilagante. Ho letto giorni fa che gli ultimi due rapporti annuali del CENSIS hanno attestato che in Italia la gente porta più rancore e che vi è una progressiva crescita della cattiveria. E allora facciamo finta di niente e chiudiamo le Scritture sacre, chiudiamo il vangelo? E ci accodiamo all'onda vincente?

Verremmo meno - e non ce lo possiamo permettere - alla fedeltà alla nostra coscienza. E dunque resistiamo. E riapriamo, nonostante tutto, le Scritture sacre, riapriamo il vangelo. E per fedeltà resistiamo a dire la parola "fratello". Che peraltro, come faceva notare Enzo Bianchi, "appartiene a tutta l'umanità. Basta pensare al motto rivoluzionario francese "liberté, egalité, fraternité" per rendersi conto della diffusione che questo tema ha avuto anche in ambito laico". La parola "fratello" è richiamata, quasi a percussione, per ben quattro volte nel giro di due versetti, nel libro della Genesi. Quasi la voce di Dio volesse inciderla nell'animo di Caino, ma anche di ciascuno di noi: "Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Sono forse io il custode di mio fratello?".

Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo. Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano". E la parola ritorna nel brano del vangelo: Chi dice al fratello: "Stupido… E chi gli dice: "Pazzo"... E ancora: "Se lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…". Dobbiamo riconoscere che la parola si è scolorita, ma oggi i testi ce la restituiscono incandescente. E noi la rinominiamo. A dispetto dell'aria che respiriamo. E la custodiamo, come terra preziosa. Non ci è facile - lo ammettiamo - decifrare che cosa è accaduto nell'animo di Caino, capire il subbuglio del suo cuore. Ma una cosa sembra di capire: che lui faccia fatica a sopportare che nella sua vita si entrato un altro: prima - perdonate se mi esprimo così - il territorio era suo, sino ad allora non erano esistiti i fratelli. Ora ne esiste uno. "Che bello" - dovresti dire - "ho un fratello". E invece lo vedi come l'arrivo di un concorrente, con cui dividere, con cui condividere.

Ma la terra è tua? E' tua proprietà? La felicità è solo tua? Non dico che non ci sia forse anche la fatica di una restrizione, ma quando si ama - voi me lo insegnate - c'è sempre anche una restrizione, ma è per far posto all'altro. Bella la restrizione se è la restrizione dell'amore. Ma dobbiamo ancora dirle queste cose? "Fa'posto, fa spazio nella tua tenda, c'è un fratello, uno come te, generato come te". Voi mi capite, tutto dipende da come noi guardiamo l'altro: fratello o concorrente? Il testo insiste sullo sguardo, parla dello sguardo di Caino come di uno sguardo abbassato. Lo sguardo è un segnale: se tu fissi lo sguardo dell'altro, lì si apre una crepa da cui capire che cosa si muove nel suo cuore. Mi è capitato spesso di dire che c'è un modo, oserei dire infallibile, o quasi, per fare la verità sull'altro. Quando ascolti certi discorsi guarda in faccia chi sta parlando, soffermati sul suo sguardo. Penso che tu capirai molto.

Oggi il vangelo dice: "Attenti alle parole". Non basta non uccidere, attenti alle parole! Le parole parlano per noi, dicono qualcosa di noi, sono segno di ciò si muove dentro di noi. Per questo Gesù ci dice: "Non basta non uccidere". L'uccidere è il risultato, l'uccidere viene da fatto che l'altro ha perso dignità ai tuoi occhi, non è un essere umano, è "stupido", è "pazzo". Non so se avete colto - immagino sì - l'attualità bruciante di questo passo del vangelo. Altro che "stupido" e "pazzo"! Siamo arrivati a udire frasi, rivolte ad altri, che dieci anni fa mai avremmo immaginato di sentire, tanta è la volgarità, una vera vergogna. Ma forse la vergogna delle vergogne è che ce ne stiamo abituando.

Vergogna delle vergogne è che non ci sia un sussulto, un moto di indignazione e di ribellione per questa volgarità che svela l'abisso del disprezzo e svela un decadimento inquietante in umanità, Ma che cosa siamo? Che cosa stiamo diventando? Possiamo ancora usare la parola fratello? E possiamo ancora chiederci dov'è Abele? Chiederci se è solo Dio o siamo anche noi a udire il grido del sangue che viene dalla terra? Chiederci quale sorte tocca agli abele di oggi? Posiamo ancora chiedercelo? O la risposta è: "Sono forse io il custode di mio fratello?". "Custode" è parola sacra. C'è una legatura imperdibile, per Dio, tra le due parole "fratello" e "custode". Tu diventi custode, perché l'altro è tuo fratello.

E non ci sono eccezioni, se tutti siamo figli e nessuno bastardo. Custodi, pensate, come Dio. Di cui nel salmo si dice che "non sonnecchia, non prende sonno". Se guardiamo con occhi attenti i fenomeni che oggi stanno sotto i nostri occhi ci verrebbe da dire che abbiamo troppo sonnecchiato. Sino a prendere sonno. E che è ora di risvegliare le coscienze. Vorrei finire dicendo la bellezza di essere custodi. Una bellezza che resiste anche oggi. Se abbiamo occhi la vediamo. E se abbiamo cuore ci commuoviamo.

 

Lettura del libro del Siracide 18,1-2.4-9a.10-13

Colui che vive in eterno ha creato l'intero universo. / Il Signore soltanto è riconosciuto giusto. / A nessuno è possibile svelare le sue opere / e chi può esplorare le sue grandezze? / La potenza della sua maestà chi potrà misurarla? / Chi riuscirà a narrare le sue misericordie? / Non c'è nulla da togliere e nulla da aggiungere, / non è possibile scoprire le meraviglie del Signore. / Quando l'uomo ha finito, allora comincia, / quando si ferma, allora rimane perplesso. / Che cos'è l'uomo? A che cosa può servire? / Qual è il suo bene e qual è il suo male? / Quanto al numero dei giorni dell'uomo, cento anni sono già molti. / Come una goccia d'acqua nel mare e un granello di sabbia, / così questi pochi anni in un giorno dell'eternità. / Per questo il Signore è paziente verso di loro / ed effonde su di loro la sua misericordia. / Vede e sa che la loro sorte è penosa, / perciò abbonda nel perdono. / La misericordia dell'uomo riguarda il suo prossimo, / la misericordia del Signore ogni essere vivente.

Sal 135 (136)

® Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre. Rendete grazie al Dio degli dèi, perché il suo amore è per sempre. Rendete grazie al Signore dei signori, perché il suo amore è per sempre. Lui solo ha compiuto grandi meraviglie, perché il suo amore è per sempre. ® Ha creato i cieli con sapienza, perché il suo amore è per sempre. Ha disteso la terra sulle acque, perché il suo amore è per sempre. Ha fatto le grandi luci: perché il suo amore è per sempre. ® Il sole, per governare il giorno, perché il suo amore è per sempre. La luna e le stelle, per governare la notte, perché il suo amore è per sempre. ®

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8, 18-25

Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L'ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 6, 25-33

In quel tempo. Il Signore Gesù ammaestrava le folle dicendo: "Io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta".

 

 


 
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