la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella quarta Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano


17 giugno 2018



 

 

Gen 18,17-21; 19,1.12-13.15.23-29
Sal 32
1Cor 6,9-12
Mt 22,1-14

 

Ci sono luci e ci sono ombre nei brani che oggi abbiamo ascoltato. E vi confesso apertamente che i miei pensieri, e di conseguenza il mio commento, lasceranno più di un'ombra, e più di una domanda, in voi che mi ascoltate. Potremmo partire dalla parabola, l'invito a nozze. C'è qualcosa - confessiamolo - che ci sfugge. Ci sorprende la durezza, quella degli invitati, loro si rifiutano, hanno altro da fare. Tra parentesi, quante volte - pensavo - anche noi ci rifiutiamo dicendo che abbiamo altro da fare. Ma, poi, come si fa, come si può arrivare ad uccidere i servi che portano un invito? E poi ecco assistiamo alla ritorsione del re che uccide a sua volta gli invitati e manda in fiamme le loro città.

E' vero che poi il racconto prende toni più sereni: ecco si fa il banchetto ed è un banchetto per tutti, cattivi e buoni, radunati da ogni dove. Ma poi anche nel pieno di quella festa è come se qualcosa si incrinasse, e a rompere il clima è l'uomo senza veste nuziale. Cattivo? Ma di cattivi ce n'erano altri, forse tanti nella sala: "cattivi e buoni" sta scritto. Difficile da capire. Anche se gli esegeti ci vanno suggerendo che le parabole non vanno prese in tutti i loro dettagli. Per tentare di capire - capire qualcosa, un minimo! - mi sono chiesto dov'era Gesù quando raccontava la parabola e che cosa potesse avere in cuore in quel momento, quando gli uscirono quelle parole. Era nel tempio di Gerusalemme.

Cos'era successo il giorno prima? Gesù aveva fatto il suo ingresso in Gerusalemme, acclamato da alcuni come Messia e guardato con dubbi e interrogazioni da altri. Era poi entrato nel tempio, e aveva cacciato dal tempio quelli che vendevano e quelli che compravano, tra gli osanna dei bambini e lo sguardo bieco delle autorità del tempio. Qualcuno, secondo noi, gli avrebbe potuto suggerire che se ne stesse per un po' di tempo lontano, un minimo di diplomazia. No, passa la notte a Betania in casa di amici ed ecco che subito, il mattino seguente, si ripresenta nel tempio. Naturalmente quelli, inviperiti, gli chiedono con quale autorità lui faccia tutto questo. E lui non risponde, racconta parabole. Tre ne racconta e quella di oggi è una. Tutte e tre hanno un tema comune: una contestazione radicale, senza "se" e senza "ma", della loro autorità, un giudizio inequivocabile su di loro. Che dicono e non fanno. Parlano tanto. Ma niente fatti.

Narra loro la parabola dei due figli: il finto osservante che dice sì e non va nel campo, l'altro apparentemente ribelle che dice no, ma poi va nel campo. Avevano capito: le parole andavano a loro. Era come se li smascherasse. Matteo scrive: "i capi dei sacerdoti capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura dell folla perché lo considerava un profeta". E lui aggiunge un'altra parabola, la nostra. Ecco il contesto, a mio avviso importante:, la nostra non è una parabola raccontata, che so io, sul prato di un monte con una folla perduta ad ascoltarlo. Capirono che ancora una volta parlava di loro. Li smascherava perché, credendosi chissà chi, non si degnavano di unirsi al banchetto di tutti. Li accusava di una religione fatta di interessi: di affari e di campi. Lui li smascherava. Come i profeti avevano smascherato i capi religiosi del loro tempo, che approfittavano della religione. Li avevano anche uccisi e lui ora era in odore di morte.

Dove sta allora il cuore della parabola? Forse - dico forse - nell'immagine di un banchetto che Dio apre a tutti. E non a un solo popolo, e dove in assoluto non c'è posto per ruoli o precedenze. Cattivi e buoni. Ma allora cosa pensare dell'uomo senza abito nuziale? Se non, forse, che è uno che si tiene il suo abito e non si degna di prende la veste che è di tutti, a disposizione di tutti, uguale per tutti. Sembra di vederlo: una folla di invitati riuniti in un colore, e lui che fa macchia con il suo vestito. Una nota stonata. Come se non volesse sciogliersi nella bellezza della coralità. Un individualismo accecato il suo, lui doveva distinguersi: lui c'era, ma non c'era. Come succede anche a noi a volte di esserci e di non esserci.

Ecco potrei chiedermi come mi pongo io nei confronti del sogno di una umanità condivisa. Il mio vestito è intonato al sogno o sono una nota stonata? Il sogno è il banchetto, il sogno è il "noi", il "noi insieme", è la pluralità del convito, non il delirio di un io ipertrofico, che non si scioglie nell'ebbrezza di una festa corale. La parabola parla di città date alla fiamme. A volte si fatica a capire che questo, lo si voglia o no, è l'esito di una società che si rifiuta al banchetto dell'universalità, di una società dove ciò che conta è il "proprio" e non il bene comune: "andarono" è scritto "chi al proprio campo, chi ai propri affari. Città incendiate, dopo l'inganno della sicurezza. E vengo, ma di striscio, alla lettura della Genesi con il racconto della distruzione di Sodoma e Gomorra.

Alla fine del racconto mi rimane negli occhi la figura di Abramo che il mattino contempla Sodoma e Gomorra dall'alto: "un fumo saliva dalla terra come il fumo di una fornace". Città distrutte. Ho provato a immaginare gli occhi e il cuore di Abramo che aveva trattato con Dio perché le città fossero risparmiate. Ma perché si era arrivato a tanto? Se stiamo alla narrazione biblica, di che cosa si erano macchiati gli abitanti di Sodoma? Avevano chiesto a Lot che venissero loro consegnati gli stranieri che erano stati ospitati nella sua casa. Era l'infrazione di un codice scritto nell'anima delle tribù più antiche: il codice dell'ospitalità. L'ospite - non importa chi fosse - era sacro. Sacra l'ospitalità.

Ora forse capiamo quanto sia intrigante nel racconto l'accostamento tra la tenda di Abramo, capitolo diciottesimo della Genesi e la città di Sodoma, capitolo diciannovesimo. La tenda di Abramo e l'ospitalità data ai tre sconosciuti. Ebbene l'ospitalità di Abramo e Sara avrà come effetto che la tenda conoscerà la vita, Sara avrà un figlio, lei che si pensava avvizzita. Al contrario la violazione dell'ospitalità, nei confronti degli sconosciuti, da parte degli abitanti di Sodoma, ha come effetto la morte, il fumo che sale dalla valle. Mi sono chiesto se anche queste non siano parole ammonitrici, per i nostri giorni.

Dalla parte di Abramo e Sara? O dall'altra parte?

 

 

Lettura del libro della Genesi 18, 17-21; 19, 1. 12-13. 15. 23-29

In quei giorni. Il Signore diceva: "Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l'ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso". Disse allora il Signore: "Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!". I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. Quegli uomini dissero allora a Lot: "Chi hai ancora qui? Il genero, i tuoi figli, le tue figlie e quanti hai in città, falli uscire da questo luogo. Perché noi stiamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandato a distruggerli". Quando apparve l'alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: "Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città". Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato alla presenza del Signore; contemplò dall'alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace. Così, quando distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato.

Sal 32 (33)

® Il Signore regna su tutte le nazioni. Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni. ® Beata la nazione che ha il Signore come Dio, il popolo che egli ha scelto come sua eredità. Il Signore guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini. ® Dal trono dove siede scruta tutti gli abitanti della terra, lui, che di ognuno ha plasmato il cuore e ne comprende tutte le opere. ®

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 6, 9-12

Fratelli, non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomìti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio. "Tutto mi è lecito!". Sì, ma non tutto giova. "Tutto mi è lecito!". Sì, ma non mi lascerò dominare da nulla.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 22,1-14

In quel tempo. Il Signore Gesù riprese a parlare loro con parabole e disse: "Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: "Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!". Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: "La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: "Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?". Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: "Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti". Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti".

 

 

 


 
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