la parola della domenica

 

Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella quarta Domenica dopo il martirio
secondo il rito ambrosiano


22 settembre 2019



 

 

Pr 9, 1-6
Sal 33
1Cor 10, 14-21
Gv 6, 51-59

 

Perdonate - ma mi accade un po' sempre così - sono vecchio, ma mi lascio sedurre ancora dalla bellezza delle parole e della immagini. Che sono custodite anche nei testi sacri. Due in particolare mi hanno sedotto nelle letture di questa domenica, due immagini che si richiamano, e quasi si abbracciano: la tavola e il pane. Prima lettura: "La Sapienza ha imbandito un tavola". Vangelo di Giovani: "io sono il pane vivo disceso dal cielo". Tavola e pane. Se vuoi dare forza e vivacità a queste affermazioni, devi lasciare alle parole "tavola" e "pane" tutta la loro verità, intensità e bellezza. Se no, spegni. Starei per dire che tutto dipende da come tu guardi una tavola, da come tu guardi un pezzo di pane.

Può succedere che alle cose si sia fatta l'abitudine. Come se non fossero. Si può fare purtroppo l'abitudine anche alle persone. Come se non fossero. E allora scolorisci, per esempio, la parola "tavola", la parola "pane". Leggi le parole di questa domenica senza sorpresa. Le cose diventano mute. In una sua poesia un'amica, Chandra Livia Candiani scrive: "Niente, è che a me piacciono da sempre le cose mute, quando l'io zittisce e si alza il volume della voce non solo degli uccelli ma anche del silenzio dell'armadio e del tavolo della lampada e del letto. Allora niente, vivo in una nuvola di luce dove tutto rabbrividisce e fa parola, allora bevo all'orlo del mondo alla sua fontana". Vorrei in qualche misura restituire voce alle cose mute, alzare su di loro il volume. Tra queste la tavola e il pane.

Per dire innanzitutto la bellezza che ci sia imbandita una tavola. Sento la voce della tavola. La tavola, guardala - se poi è di legno! - : racconta. Racconta un indugio: tavola e sedie non sono solo in funzione del cibo, ma anche di una sosta. A volte prima, a volte dopo aver mangiato. Sono il racconto di una convocazione. Anche di Dio. Convocati intorno al tavolo sono i volti. Quasi che la fattura della tavola fosse stata ideata per guardarsi. Quasi che, se a tavola non ci si guardasse, il tavolo rimarrebbe con una ferita, depauperato della bellezza della sua natura profonda, la natura del convenire. Anche il Salmo racconta la bellezza della convocazione, per una delle tante famiglie.

E racconta: La tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa. Colpisce questo sguardo dalla mensa, lo sguardo dell'uomo alla sposa e ai figli radunati intorno a una tavola, una attenzione alle persone, quasi favorita dalla tavola. L'uomo, nelle parole del Salmo, non solo osserva, ma diventa in qualche misura poeta: in cuor suo dà immagini di vite e di virgulti d'ulivo alla sua donna e ai suoi figli. Una tavola dunque anche per contemplare, per contemplare la bellezza di amarsi. Succede anche quando a tavola hai convocato un amico, un'amica. E ci si guarda, anche in assenza di parole. Una festa negli occhi. Ci sono i silenzi, pause di silenzio intorno alla tavola, ma anche parole, un indugio in parole che potrebbero diventare racconto.

Tra i sogni, di tanti di noi. rimane una tavolo intorno alla quale ci si possa raccontare. Accadeva una volta. Oggi è diventato quasi un miraggio, sempre più a fatica coincidono i tempi dell'uno e dell'altro e, quando per grazia accade, duro è resistere all'invasione, alla fascinazione prepotente dei mezzi di comunicazione. Che emozione allora sentirci dire che Dio ha imbandito per noi una tavola. E ora sfioro, ma solo sfioro l'immagine del pane, sosta breve, sull'altra immagine, quella del pane. Se la scoloriamo, scoloriamo Gesù che ha detto "Io sono il pane vivo disceso dal cielo". "Sono pane": Gesù si è lasciato - anche questa mattina si lascerà - in un pezzo di pane. Che racconta la sua vita, la sua morte, la sua risurrezione. Un piccolo umile pezzo di pane, l'eucaristia.

E dice "Io sono il pane vivo disceso dal cielo". E, ancora: "Chi mangia di questo pane vivrà in eterno". Dunque un pane che mi nutre, nutre la mia vita, la mia sete di vita, la mia sete di umanità, mi dà voglia di vivere. Voi mi capite, si apre un'altra fessura da cui guardare per capire e dire chi è Gesù. Chi è Gesù? E' pane. E lo sguardo mi va a quel pezzo di pane, muto nel suo abbandonarsi a noi, che sta sulla tavola dell'altare e sta poi nell'incavo delle nostre mani. Mi nutre, mi dà vita. Spezzandosi. E Gesù - voi lo avete colto - personalizza. Pane, le persone. Pane, lui. Come è vero. E come sono grato a Gesù di essere stato per me, nonostante tutte le mie infedeltà, pane per la mia vita, ha nutrito i miei giorni, i miei lunghi giorni e ancora li nutre quando ascolto le sue parole, quando prendo il suo pane, pane della tavola della convocazione. Pane diventa una persona.

Lui Gesù. Ma anche noi. Ecco l'invito a essere pane. A dare vita, a dare fiducia, a dare incoraggiamento, a nutrire speranze, a nutrire sogni di convocazione, il pane per tutti. Negli occhi ci rimangono le convocazioni di Gesù sull'erba dei monti. E fu pane per i cinquemila e anche per le donne e i bambini. Ed è scritto che mangiarono tutti e raccolsero anche sporte di frammenti avanzati. Questo, anche questo significa esser pane:, avere questa passione. Perché il pane, nella sua natura piò profonda, ha iscritto di essere pane per tutti. Gesù è stato pane per tutti. E io? Essere pane. Ebbene vorrei dirvi che, proprio pensando che sono pane per noi le persone, mi ha attraversato una domanda.

Vorrei lasciarla a me e a voi, ed è questa: se penso alla mia vita di chi posso dire: "è stato pane per me"? Certo di Gesù. Ma poi non mi si affacciano forse altri volti, di fronte ai quali potrei dire in assoluta verità e con commozione: "Tu sei stato pane per me. Mi hai dato forza, coraggio, brividi, spinta a continuare, passione per una umanità buona. Mi hai nutrito con i tuoi occhi, con i tuoi racconti, con i tuoi abbracci, con la tua attenzione, con la tua tenerezza, con la tua disponibilità". Che bello sentirci fratelli e sorelle di pane. Che Dio possa renderci tutti "buoni come il pane", buoni un po' come lui, che è il pane disceso dal cielo.

 

Lettura del libro dei Proverbi - Pr 9, 1-6

La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: "Chi è inesperto venga qui!". A chi è privo di senno ella dice: "Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell'intelligenza".

Sal 33 (34)

Gustate e vedete com'è buono il Signore. Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. R Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. R L'angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com'è buono il Signore; beato l'uomo che in lui si rifugia. R

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi - 1Cor 10, 14-21

Miei cari, state lontani dall'idolatria. Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane. Guardate l'Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l'altare? Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni - Gv 6, 51-59

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno". Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

 

 


 
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