la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella quarta Domenica dopo il martirio di G.B.
secondo il rito ambrosiano


24 settembre 2017



 

 

Is 63,19b-64,10;
Sal 76;
Eb 9,1-12;
Gv 6,24-35

Dobbiamo confessare che il brano tratto dal rotolo di Isaia che oggi abbiamo ascoltato, soprattutto nei tratti finali, era di una lucidità impressionante, oserei dire quasi impietosa, nel descrivere la situazione drammatica che il profeta aveva sotto i suoi occhi. Penso ci siano rimaste impresse alcune immagini: "Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia, tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento".

Noi invecchiati, una società invecchiata. Ma, se leggiamo più attentamente il brano, ci accorgiamo che qua e là, in piccoli interstizi del testo si affaccia una possibilità di cambiamento. Nonostante tutto, nonostante la desertificazione e la desolazione del tempio e della città. Respira all'interno del brano il nome di Dio. E non è solo un lugubre, distruttivo, esasperante, lamento. Proprio in questi giorni, rivolgendosi a un gruppo di giovani, il nostro arcivescovo li invitava a non accodarsi ai profeti della protesta, la protesta sterile, fine a se stessa.

Un po' scherzando, diceva loro: "Un editto che vorrei enunciare è che è proibito lamentarsi su come vanno le cose". E invitava ad essere "gente che, prendendo visione delle cose, mette mano ad aggiustare questo mondo, senza presunzione di avere ricette già pronte, proprio perché siamo tutti chiamati a mettere a frutto la vocazione che abbiamo ricevuto, ognuno con i propri carismi". Penso sia un invito da raccogliere in una stagione in cui tanto si urla, e poco, o niente, si propone. Diventiamo dunque costruttori. Confidando in Dio.

Bellissima l'immagine che di Dio ci lascia il profeta: "Ma, Signore, tu sei nostro padre, noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani". Ecco che cosa ci tocca e chi ci accompagna. Ci tocca lasciarci riplasmare come persone, come anima, come mondo. E ci tocca riplasmare la chiesa, la società, la terra secondo il disegno dall'alto. E non secondo i nostri calcoli dal basso, i nostri calcoli meschini. Ma chi ci accompagna? Ecco l'inizio della preghiera: "Se tu. Signore, squarciassi i cieli e scendessi!". Come a dire: "Non ci bastano le sole nostre mani, ci appelliamo alle tue, Signore! Se tu scendessi dal cielo….".

E Gesù a dirci, nel brano che oggi abbiamo ascoltato, che l'invocazione ha avuto una risposta. Dal cielo è sceso lui ed è lui il pane: "Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete". E' molto intrigante il contesto di questa dichiarazione di Gesù. Il giorno prima, sull'erba di un monte, Gesù aveva sfamato una folla, più di cinquemila; e dei pezzi avanzati avevano riempito dodici canestri. La gente impazziva, lo voleva fare re. Ma lui e i discepoli al calare delle ombre della sera si erano come dileguati: i discepoli sulla barca; lui li raggiunse mentre infuriavano le onde sul lago. Approdarono all'altra riva. Ed ecco che la folla il giorno dopo, immaginando, li raggiunge.

E Gesù coglie la situazione e dice tutta la sua amarezza: lo cercavano ancora una volta per il pane; non lo cercavano perché era lui. Erano rimasti al pane, non avevano visto oltre: il pane nei loro occhi non era stato segno di altro. Non avevano capito che era lui il pane vero, di cui nutrire la loro vita. Ogni volta che mi soffermo su questo episodio - e l'ho fatto più volte negli anni - mi sembra di capire che ci può essere a volte nella vita un mangiare, come dice Gesù, per essere sazi e basta: "In verità vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quel pane e vi siete saziati".

Che triste! Ci succede quando qualcuno mi dona qualcosa, e io intasco. Non riconosco quanto amore ci sia in quel dono. Intasco; e poi a darmi da fare per avere dell'altro. Come se non fosse la persona a emozionarmi, ma altro. Un pane senz'anima. Guardate che anche l'eucaristia può diventare un pane senz'anima, senza riconoscere l'anima che vi arde, il pane spezzato per amore dal Signore per me, per uno indegno come me. Quasi in assenza, di vero riconoscimento, di vera riconoscenza, di vera gratitudine.

Ecco, so che sto un po' sconfinando, ma mi succede di chiedermi se non è vero che oggi in parte venga a scolorire la gratitudine. Che dice un vedere la persona. Oltre la cosa. E mi chiedo se non dovremmo riapprendere la delicatezza, la gentilezza della gratitudine. Mi sembra dominare la pretesa, come se tutto fosse dovuto.

Un giorno mi capitò di fermami a pensare che io non avevo mai ringraziato chi nella mia casa illimpidiva i vetri. Un simbolo, tra migliaia di cose. La gratitudine mette in primo piano la persona. Perdonate l'accenno: svolgiamo la carte di cui sono avvolti i regali. Non svolgiamo le persone. Che cosa c'è dietro il loro velo? E viene meno la parola "grazie". Ne ha parlato più volte papa Francesco. Finisco con le sue parole: "Certe volte - disse - viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo dire tante volte anche pubblicamente.

La gentilezza e la capacità di ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza. Questa tendenza va contrastata nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull'educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita famigliare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine, poi, per un credente, è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio.

Sentite bene: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Ricordiamo la domanda di Gesù, quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare (cfr Lc 17,18). Una volta ho sentito dire da una persona anziana, molto saggia, molto buona, semplice, ma con quella saggezza della pietà, della vita: "La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra delle anime nobili". Quella nobiltà dell'anima, quella grazia di Dio nell'anima ci spinge a dire grazie, alla gratitudine. È il fiore di un'anima nobile. È una bella cosa questa!".

 

 

Lettura del profeta Isaia 63, 19b - 64, 10

In quei giorni. Isaia pregò il Signore, dicendo: / "Se tu squarciassi i cieli e scendessi! / Davanti a te sussulterebbero i monti, / come il fuoco incendia le stoppie / e fa bollire l'acqua, / perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici, / e le genti tremino davanti a te. / Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, / tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. / Mai si udì parlare da tempi lontani, / orecchio non ha sentito, / occhio non ha visto / che un Dio, fuori di te, / abbia fatto tanto per chi confida in lui. / Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia / e si ricordano delle tue vie. / Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato / contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. / Siamo divenuti tutti come una cosa impura, / e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; / tutti siamo avvizziti come foglie, / le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. / Nessuno invocava il tuo nome, / nessuno si risvegliava per stringersi a te; / perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, / ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. / Ma, Signore, tu sei nostro padre; / noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, / tutti noi siamo opera delle tue mani. / Signore, non adirarti fino all'estremo, / non ricordarti per sempre dell'iniquità. / Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo. / Le tue città sante sono un deserto, / un deserto è diventata Sion, / Gerusalemme una desolazione. / Il nostro tempio, santo e magnifico, / dove i nostri padri ti hanno lodato, / è divenuto preda del fuoco; / tutte le nostre cose preziose sono distrutte".

Sal 76 (77)

® Vieni, Signore, a salvare il tuo popolo. Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, nella notte le mie mani sono tese e non si stancano; l'anima mia rifiuta di calmarsi. Mi ricordo di Dio e gemo, medito e viene meno il mio spirito. ® Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: medito e il mio spirito si va interrogando. ® Forse il Signore ci respingerà per sempre, non sarà mai più benevolo con noi? È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre? ® O Dio, santa è la tua via; quale dio è grande come il nostro Dio? Hai riscattato il tuo popolo con il tuo braccio, i figli di Giacobbe e di Giuseppe. ®

Lettera agli Ebrei 9, 1-12

Fratelli, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell'offerta; essa veniva chiamata il Santo. Dietro il secondo velo, poi, c'era la tenda chiamata Santo dei Santi, con l'altare d'oro per i profumi e l'arca dell'alleanza tutta ricoperta d'oro, nella quale si trovavano un'urna d'oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell'alleanza. E sopra l'arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari. Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all'anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate. Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d'uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 6, 24-35

In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: "Rabbì, quando sei venuto qua?". Gesù rispose loro: "In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo". Gli dissero allora: "Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?". Gesù rispose loro: "Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato". Allora gli dissero: "Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"". Rispose loro Gesù: "In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo". Allora gli dissero: "Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose loro: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!".

 

 


 
stampa il testo
salva in  formato rtf
Segnala questa pagina ad un amico
scrivi il suo indirizzo e-mail:
 
         
     

 
torna alla home