la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella quarta Domenica della dopo il Martirio
secondo il rito ambrosiano


20 settembre 2020



 

 

Is 63,19b-64,10
Sal 76
Eb 9,1-12
Gv 6,24-35

Sono domeniche, queste ultime, in cui non riusciamo s staccarci dagli occhi dei volti, leggiamo e non riusciamo. E allora ascoltiamo parole della Bibbia e ascoltiamo parole dei nostri giorni. Per ricordare due nomi ad esempio: Willy Monteiro Duarte e don Roberto Malgesini. Vengo alle letture: non ho dubbi che per gli esegeti il tema sotteso alle letture di oggi sarebbe un altro. Io forse un po' arbitrariamente, eccentricamente, sosterò sul segno del pane. E lego certo arbitrariamente - lo confesso - un versetto della preghiera struggente, custodita nel rotolo di Isaia, a una parola di Gesù.

Leggo dal rotolo di Isaia: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti". Se tu scendessi. E dal vangelo, Gesù che dice di sé: "il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo". Discende dal cielo. A volte l'impressione è quella che stiamo avvizzendo, come dice la nostra preghiera. Forte la tentazione di disamorarci, ma poi ci basta vedere - che so io - una nascita, ascoltare un bambino o incantarci a due innamorati, o vedere un ragazzo farsi avanti per difendere un amico o un prete non preoccuparsi di mettere distanze pur di soccorrere gli ultimi degli ultimi, chiunque essi siano, per ritornare a scommettere sulla vita e a pregare Dio - lui che discende, lui che ha a cuore la terra - perché sia con noi a riplasmarla, dandole nuove forme, più degne di lui, più umane. "Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani".

Noi siamo argilla, a volte frammenti, ma sappiamo che a Dio, grande e impareggiabile vasaio, non va di scartare qualcosa o qualcuno. Lui ricompone. Bello il verbo "riplasma". Prima di tutto il Signore riplasmi noi, la nostra anima. Siamo un po' scombinati. E poi ci stia accanto nell'opera di riplasmare la terra. Si squarcino i cieli e lui, che è padre, doni a ciascuno di noi la passione e l'arte di riplasmare. E' sceso, e scende, Dio. Ha passione. E' sceso e scende Gesù, ha passione. Ma - vedete - si può scendere in tanti modi. E lui, Gesù, dà al suo scendere l'immagine del pane, da a sé l'immagine del pane: "Io sono il pane disceso dal cielo". Lui e la folla venivano da una festa di pane del giorno prima. Seduti sull'erba del monte nessuno ne era rimasto privo. Ed erano cinquemila. Forse l'erba del prato ancora profumava di pane, quando ordinò che del pane non fosse sprecato nemmeno un pezzo che è un pezzo; raccolsero dodici ceste di pane.

Anche lui, come il Padre vasaio, niente sprecato. E adesso - veniamo al nostro brano - a coloro che avevano mangiato, ma non erano andati oltre, non avevano capito il segno, Gesù dice che il pane è lui. Lui doveva avere una devozione per il pane, per usare per sé questa immagine di una concretezza così viva, tra le tante. Lasciatemi - come spesso mi succede - immaginare: chissà quante volte avrà osservato sua madre impastare farine e cuocere al fuoco e la casa profumarsi di pane. Poi nella casa il pane lo si spezzava, quasi un rito. Anche quello del monte un pane spezzato. Come se spezzarsi fosse nella natura del pane. Forse anche per questo si diede nome di pane. Non un pane intoccabile in vetrina, in esibizione, ma un pane sulla tavola, pronto a essere spezzato.

A proposito di esibizione, quando dopo la festa del pane sul monte aveva subodorato che sarebbero venuti a prenderlo per farlo re, lui si era come eclissato, rifugiandosi sul monte in un luogo solitario a pregare. Dicendosi pane non poteva di certo riconoscersi in uno che si mette in alto e gli altri piegati in sottomissione. Lo cercavano come autore di eventi prodigiosi. Lui disse che l'evento era il pane. Posso sbagliare, ma a me sembra che l'immagine del pane, nella nostra fede e anche nel rito, sia andata impallidendo. Con l'esito, in parte, di un impallidimento dell'identità di Gesù, e, di conseguenza, di coloro che credono in lui.

So che per me è facile dirlo, ma - pensate - se i'eucaristia riprendesse, come fu agli inizi, il segno concreto del pane, e non quello di un'ostia bianca, anche un non credente, entrando in una delle nostre celebrazioni, forse capirebbe qualcosa. E forse anche noi qualcosa in più. Nelle mani troveresti un pezzo di pane. Accogliendolo con stupore nell'incavo delle tue mani, forse ti verrebbe spontaneo dire con amore a Gesù: "Ti sei fatto pane per me, ti sei spezzato come pane per me. Aiutami a essere pane per gli altri, come il pane che spezziamo nelle nostre case, un pane che ci raduna.

Vorrei concludendo dare la parola a una donna, Annalena Tonelli, unendola nel ricordo, a Willy e a don Roberto. Annalena era una volontaria laica, impegnata in Somalia, assassinata il 5 ottobre 2003, mentre rientrava in casa, dopo la giornata trascorsa in ospedale. Due sicari, armati di fucile, le spararono alla nuca. Nel corso di una delle sue rarissime uscite pubbliche, durante un convegno indetto in Vaticano dal Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, dopo aver ricordato quanto di grande, in quei lunghi anni, le avessero insegnato i suoi musulmani, quel giorno disse: "Poi la vita mi ha insegnato che la mia fede senza l'Amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti e poi tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie né pellegrinaggi, che quell'Eucaristia, che scandalizza gli atei e le altre fedi, racchiude un messaggio rivoluzionario: "Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, ma mangi la tua condanna".

L'Eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia, che è nella misericordia che il cielo incontra la terra. Se non amo, Dio muore sulla terra. Che Dio sia Dio, io ne sono causa, dice Silesio; se non amo, Dio rimane senza epifania, perché siamo noi il segno visibile della Sua presenza e lo rendiamo vivo in questo inferno di mondo dove pare che Lui non ci sia, e lo rendiamo vivo ogni volta che ci fermiamo presso un uomo ferito. Alla fine, io sono veramente capace solo di lavare i piedi in tutti i sensi ai derelitti, a quelli che nessuno ama, a quelli che misteriosamente non hanno nulla di attraente in nessun senso agli occhi di nessuno".

 

Lettura del profeta Isaia - Is 63, 19b - 64,10

In quei giorni. Isaia pregò il Signore, dicendo: "Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti, come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l'acqua, perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici, e le genti tremino davanti a te. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani. Signore, non adirarti fino all'estremo, non ricordarti per sempre dell'iniquità. Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo. Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion, Gerusalemme una desolazione. Il nostro tempio, santo e magnifico, dove i nostri padri ti hanno lodato, è divenuto preda del fuoco; tutte le nostre cose preziose sono distrutte".

Sal 76 (77)

Vieni, Signore, a salvare il tuo popolo. Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore, nella notte le mie mani sono tese e non si stancano; l'anima mia rifiuta di calmarsi. Mi ricordo di Dio e gemo, medito e viene meno il mio spirito. R Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore: medito e il mio spirito si va interrogando. R Forse il Signore ci respingerà per sempre, non sarà mai più benevolo con noi? È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre? R O Dio, santa è la tua via; quale dio è grande come il nostro Dio? Hai riscattato il tuo popolo con il tuo braccio, i figli di Giacobbe e di Giuseppe. R

Lettera agli Ebrei - Eb 9,1-12

Fratelli, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. Fu costruita infatti una tenda, la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell'offerta; essa veniva chiamata il Santo. Dietro il secondo velo, poi, c'era la tenda chiamata Santo dei Santi, con l'altare d'oro per i profumi e l'arca dell'alleanza tutta ricoperta d'oro, nella quale si trovavano un'urna d'oro contenente la manna, la verga di Aronne, che era fiorita, e le tavole dell'alleanza. E sopra l'arca stavano i cherubini della gloria, che stendevano la loro ombra sul propiziatorio. Di queste cose non è necessario ora parlare nei particolari. Disposte in tal modo le cose, nella prima tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrare il culto; nella seconda invece entra solamente il sommo sacerdote, una volta all'anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per quanto commesso dal popolo per ignoranza. Lo Spirito Santo intendeva così mostrare che non era stata ancora manifestata la via del santuario, finché restava la prima tenda. Essa infatti è figura del tempo presente e secondo essa vengono offerti doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, colui che offre: si tratta soltanto di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni carnali, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate. Cristo, invece, è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d'uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni - Gv 6, 24-35

In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: "Rabbì, quando sei venuto qua?". Gesù rispose loro: "In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Date vi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo". Gli dissero allora: "Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?". Gesù rispose loro: "Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato". Allora gli dissero: "Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: "Diede loro da mangiare un pane dal cielo"". Rispose loro Gesù: "In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo". Allora gli dissero: "Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose loro: "Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!".

 

 


 
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