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la parola della domenica
Anno liturgico A
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Es
34, 1-10
Vorrei svelenire - ma chi sono io? - l'aria tetra del tempio. Dopo tutto,
anche Gesù alla fine non trovò altra soluzione che nascondersi e uscire:
"Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si
nascose e uscì dal tempio". Tra i motivi di scontro due parole belle,
e a noi care: 'padre' e 'figli'. Che diventano nel tempio motivo di asprezze,
sino a imperversare, disanimate, in tutto il dibattere. La proclamazione
"Dio è nostro padre e siamo noi i suoi figli", sbandierata ossessivamente
dall'inizio alla fine. Vedo gli occhi degli oppositori inveleniti: le
parole 'padre' e ' figlio' sono diventate per loro una disputa; vedo gli
occhi di Gesù liberi e sognanti: 'padre' e 'figlio', una intimità. Ebbene non posso non ricordare che le parole furono sporcate dall'inizio, perché dall'in principio - per pietra di un figlio e a bersaglio l'altro, di nome Abele, cioè soffio - la parola fratello fu sporcata a sangue e quella di padre violata: "Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Egli rispose: "Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?". Riprese: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo"". Parole sporcate, parole violate. E se il problema dei problemi fosse quello di restituire verità e onore e un'anima alla parola 'figlio' e 'padre'? Come fare? Ascolto Gesù: "Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!", e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola". Non sbandierate dunque paternità e figliolanza, dono è conoscere il vero volto del padre e avere nella vita i suoi occhi, inseguire i suoi orizzonti, avere nelle vene il sangue di Dio, il suo amore. Chiedo scusa per l'accenno personale, anni fa un amico don Mirko Bellora mi chiamò nella sua parrocchia e mi affidò un tema dalla formulazione intrigante "Diventare il padre". Padre si diventa, e figli si diventa. Non basta l'anagrafe civile o il D.N.A e nemmeno l'anagrafe religiosa. E' la vita che lo accerta. Ci vorrà una vita, e nemmeno basterà una vita, a inseguire, per farla nostra, una paternità modellata su quella del Padre che è nei cieli, una paternità che risplenda della pazienza, dell'attesa, dell'amore incondizionato di Dio. Diventare. Tra le suggestioni di quella sera lontana, ricordo che un primo approccio fu annodare le due parole 'padre' e 'fratello' alla parola 'custode', proprio la parola che troviamo ferita a morte sulle labbra di Caino, segno inoppugnabile che nelle vene non aveva il sangue del padre - il padre è custode, ha passione di custodia - lui, spietato, risponde: "Sono forse io il custode di mio fratello?". E non era forse quello che stava accadendo nel tempio? E anche oggi nel mondo? Bestemmia raggelante: qualificarsi figli di Dio ed avere pietre e distruzione e odio nelle mani. E dove la custodia, la cura? Fanno ancora parte dell'aria che respiriamo? Diventare padre, diventare figli significa diventare custodi, custodi e non truppe di occupazione. La parola "custodia" evoca la percezione che l'altro è abitato, che le cose sono abitate, che un mistero le fa sacre. E' ripercorrere l'esperienza del roveto ardente del deserto, della voce che ammonisce: "Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa"(Es 3,5). E se ritornassimo a guardare da padre, da custode, come terra santa, ogni cosa, ogni persona, a guardarla come creatura che ci è affidata, che ci riguarda, che ha un legame con noi? Se ritornassimo a educare a questo sguardo? Su persone e su cose? Sì, è uno sguardo. Diceva anni fa, in una sua intervista, Ermanno Olmi: "Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L'amore nasce da un rapporto diretto e c'è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino". Forse potremmo continuare all'infinito: c'è un solo modo per conoscere. Per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, un uomo, una città: "inginocchiarsi e guardarli da vicino". La custodia, non l'occupazione. Osiamo ripeterlo oggi mentre l'idea di onnipotenza fa strage dentro di noi e fuori di noi, convinti che il chinarsi umile sulle cose, difendere gli indifesi - e non solo a parole - risuscita la speranza. Lo diciamo oggi, pensando allibiti a come vanno configurandosi i rapporti tra popolo e popolo. Pensando con tenerezza e struggimento alle donne - oggi 8 marzo - ancora fatte oggetto di occupazione, di femminicidi e di svilimenti. Inginocchiarsi è verbo che riconosce la bellezza e la dignità, non imprigiona, è nido aperto a voli, a pensieri, a scelte, a sogni. Sono per te custode di sogni, di bellezza, di autenticità. Come tu della mia. Siamo colori, e ci appassioneremo sino alla fine perché ognuno possa cantare la vita con il suo colore: siamo contro la sottomissione, l'appiattimento, il monocolore. Essere padre, essere custode significa essere per la convocazione dei colori. Permettete, era una sera di trenta anni fa, allora ero parroco a Lecco in faccia a montagne e a vista di lago, per mesi ebbi il privilegio di ospitare nella mia casa Padre David Maria Turoldo, un amico, e la sera ci si raccontava. Una sera tra i ricordi della sua fanciullezza - lui, penultimo di dieci figli - gli sfuggì un dettaglio, piccolo ma eloquente, sul padre. A trovarli era venuto, a casa loro, un amico, quel giorno c'erano tutti; l'amico si azzardò a dire che, lui David, era tutto suo padre, quasi una mela spaccata in due. Il padre non lo ritenne un complimento. Li volle tutti a fianco e, dissentendo, obbiettò che, a fare tutto lui, ci volevano insieme tutti i suoi dieci figli. Essere padre, una convocazione di colori.
Lettura
del libro dell'Esodo - Es 34, 1-10 In quei giorni. Il Signore disse a Mosè: "Taglia due tavole di pietra come le prime. Io scriverò su queste tavole le parole che erano sulle tavole di prima, che hai spezzato. Tieniti pronto per domani mattina: domani mattina salirai sul monte Sinai e rimarrai lassù per me in cima al monte. Nessuno salga con te e non si veda nessuno su tutto il monte; neppure greggi o armenti vengano a pascolare davanti a questo monte". Mosè tagliò due tavole di pietra come le prime; si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: "Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione". Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: "Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa' di noi la tua eredità". Il Signore disse: "Ecco, io stabilisco un'alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai compiute in nessuna terra e in nessuna nazione: tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l'opera del Signore, perché terribile è quanto io sto per fare con te". Sal 105 (106) Salvaci, Signore, nostro Dio. Abbiamo peccato con i nostri padri, delitti e malvagità abbiamo commesso. I nostri padri, in Egitto, non compresero le tue meraviglie, non si ricordarono della grandezza del tuo amore. R Molte volte li aveva liberati, eppure si ostinarono nei loro progetti. Ma egli vide la loro angustia, quando udì il loro grido. R Si ricordò della sua alleanza con loro e si mosse a compassione, per il suo grande amore. Li affidò alla misericordia di quelli che li avevano deportati. R Lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati - Gal 3, 6-14 Fratelli, come Abramo "ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia", riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunciò ad Abramo: "In te saranno benedette tutte le nazioni". Di conseguenza, quelli che vengono dalla fede sono benedetti insieme ad Abramo, che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: "Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica". E che nessuno sia giustificato davanti a Dio per la Legge risulta dal fatto che "il giusto per fede vivrà". Ma la Legge non si basa sulla fede; al contrario dice: "Chi metterà in pratica queste cose, vivrà grazie ad esse". Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: "Maledetto chi è appeso al legno", perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse ai pagani e noi, mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito. Lettura del Vangelo secondo Giovanni - Gv 8, 31-59 In quel tempo. Il Signore Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: "Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". Gli risposero: "Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: "Diventerete liberi"?". Gesù rispose loro: "In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro". Gli risposero: "Il padre nostro è Abramo". Disse loro Gesù: "Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l'ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro". Gli risposero allora: "Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!". Disse loro Gesù: "Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio". Gli risposero i Giudei: "Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?". Rispose Gesù: "Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno". Gli dissero allora i Giudei: "Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno". Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?". Rispose Gesù: "Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!", e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia". Allora i Giudei gli dissero: "Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?". Rispose loro Gesù: "In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono". Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
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