la parola della domenica

 

Anno liturgico A


omelia di don Angelo nella terza Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano


14 giugno 2026

 



 
 

Gen 2, 4b-17
Sal 103
Rm 5, 12-17
Gv 3, 16-21

Le letture oggi sembrano per tanti ritagli un canto alla vita. Mi rimane un rincorrersi di immagini e mi perdo. La vita, che è luce, è acqua, è vento e soffio e spirito. Generati alla vita, o rigenerati, perché di nascere non avremo mai finito:
Né mi basterà meno di una vita
per diventare figlio.
Abito ancora il grembo tenero e oscuro
e attendo di venire alla luce.

E dunque venire alla luce, all'acqua, al vento, al soffio, allo spirito. Purtroppo non siamo immuni dallo sfascio del degenerare.

Allontanandoci così dalla vita: dalla luce che possiamo offuscare, dall'acqua che possiamo intossicare, dal vento, dal soffio, dallo spirito che possiamo soffocare. Ma le letture - spero non sia un mio stravedere - sembrano cantare il prevalere, nonostante tutto, della vita, dei colori della vita. E oggi a fare controcanto strofe di poesia dal salmo 103:
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra
.
Ebbene mi perdo in questa immensità luminosa, dove il fiorire non è un piccolo angolo, uno scampolo, la bellezza ha vocazione all'immenso: la faccia della terra: Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.

Una terra amata, una umanità amata, e dunque "magnifica humanitas". Mi risuona in cuore - è bellezza - questa parola di Gesù dal brano del vangelo di Giovanni, quasi suono di una impenitente campana, che stenta a spegnere voce nella valle. Riascolto: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito". "Dio ha tanto amato il mondo". E già dall'in principio, nella creazione, il segno dell'amore di Dio. Prima delle nostre restrizioni. Parole come alba, perché raccontano l'alba del mondo, e all'inizio sta l'amore.

Dunque, se vuoi che ci sia alba, metti in principio l'amore. E forse era questo che aveva sconcertato Nicodemo, capo dei farisei: il Rabbi di Nazaret, diversamente dagli altri rabbi, non faceva discussioni di leggi, non metteva in principio norme e precetti, ma un vento, un nascere da acqua e spirito. Che fa semina nella vita è il vento, principio dei germogli è l'amore. L'amore - badate bene - che secondo Gesù non ha nulla da spartire - come talvolta accade - con un miscuglio di vuote dichiarazioni o di solenni sermoni. Un amore che traluce dal dare: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito". Da dare... E poi ecco sgusciare nel testo una aggiunta di imperdibile suggestione: "da dare il suo Figlio unigenito".

Perché dono tra i doni, sommo dono, il più prezioso, è una persona, cui puoi dire, occhi inteneriti: "Sei tu il mio dono…". Inimmaginabile dono ed è - pensate - accaduto, Gesù di Nazaret! Credere in lui vuol dire amare il mondo e dare noi stessi, come il Padre ha dato il Figlio, come il Figlio ha dato se stesso. Dare 'al mondo' mi affascina l'universalità, che dovrebbe abitarci, occhi e cuore. Dovrebbe farci guardare con apprensione e farci tenacemente resistenti contro il mito del suprematismo che sembra dilagare ai nostri giorni, accecando e seducendo. E fa la rovina della terra.

Non era stata forse la tentazione di Adamo e Eva? La tentazione di sempre. Se riconosci la tua finitudine, ti apri all'altro, all'immenso; se ti fai Dio, precipiti nella nudità e nella solitudine e con te la terra. Ritorno così alle immagini luminose della creazione, una raccolta di miti. E mi incanto all'acqua, a una polla d'acqua. Sta scritto: "Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo".

"Irrigava": vedo l'acqua, non quella potente e impetuosa dei fiumi, ma l'acqua che irriga, fa umida per crescite la terra, quasi rugiada, che in terra di Palestina, veniva raccolta come dono prezioso. Acqua che fa umida la terra da cui cresce l'umanità. La pioggia, che irriga silenziosa, non mette fretta. Mi ritorna Nicodemo. Uscì dalla casa, era notte. Una notte di rugiada. E non fu adesione immediata a Gesù , non fu da subito al seguito del Rabbi di Nazaret. Era terra irrigata. Di li a poco ai suoi, che avevano già dato a Gesù destino di morte, avrebbe reagito dicendo che uno non lo si condanna prima di averlo ascoltato. E ritroviamo Nicodemo in un venerdì di un buio che più buio non si può, proprio lui - clamorosamente assenti i discepoli - a deporre Gesù nella tomba, lui con Giuseppe d'Arimatea.

E ci portò qualcosa come trenta chili di una mistura di mirra e di aloe. Quella lontana notte nella casa era stata rugiada, pioggia che imbeve la terra, il dono della pioggia silenziosa. Pioggia e rugiada per il mondo, per tutti. Un "tutti" che spalanca alla meraviglia. Alla meraviglia e alla imitazione: essere pioggia e rugiada. Dal monte il rabbi di Nazaret sorprendendo aveva detto: "Siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti".

Lettura del libro della Genesi - Gen 2, 4b-17

Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d'acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l'oro e l'oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d'ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d'Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l'Eufrate. Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire".

Sal 103 (104)

Benedetto il Signore che dona la vita. Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature. R Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo a tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni. R Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra. R

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 5, 12-17

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato… Fino alla Legge infatti c'era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni - Gv 3, 16-21

In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Nicodèmo: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio".

 

 


 
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