la parola della domenica

 

Anno liturgico A
omelia di don Angelo nella terza Domenica dopo il Martirio

secondo il rito ambrosiano


13 settembre 2020



 

 

Is 11,10-16
Sal 131
1Tm 1,12-17
Lc 9,18-22

Le parole sono importanti. Penso ai muti e alla loro fatica di affacciarsi. Di affacciarsi all'altro. Per questo Gesù faceva parlare i muti. Le parole. Parole scritte, parole parlate, parole che svelano e parole che mascherano, parole che accendono un viso e parole che lo spengono, parole imponenti o parole sottovoce. Ricordo una bambina undici anni, che, anni fa, un giorno mi disse: "don Angelo, e adesso chi mi parlerà sottovoce di Dio?". Folgorato. Chi mi parlerà sottovoce di Dio? La parole. E anche il rischio delle troppe parole. E di quelle che non dicono se non il nulla. Vuote.

A volte denunciano un vuoto di pensiero e di cuore. Sento un pericolo, e nello stesso tempo l'urgenza che le parole siano pesate e non siano prostituite. Cioè violate da un pensiero che le offende e le stravolge. Quando diciamo la parola "Dio", la parola "Cristo", la parola "uomo", " donna", "cristiano", "cittadino"... e così via, che immagini diamo? Sarebbero parole abusate, se ce ne appropriassimo per dire altro da quello che vorrebbero significare. Anche Gesù - e ne parleremo - chiede parole che dicano o si avvicinino alla sua identità: "E voi chi dite che io sia?".

E dunque la bellezza di una parola e il pericolo, che la abita, di essere equivocata. Nel desiderio di chiarirmi, vorrei oggi iniziare dal responsorio del salmo 131, che insieme abbiamo pregato. Ricordate? "Grandi cose ha fatto il Signore per noi". La mia domanda è sulla parola "per noi". Può essere letta come un sussulto di stupore per le grandi opere di Dio di cui siamo segno, per cui ringraziare. O il "per noi", potrebbe essere letto come una restrizione, in senso esclusivo: "per noi e non per gli altri". La parola "noi" dunque va dilatata, il "noi", per natura è dilatato. A volte attende di essere dilatato.

E penso al brano di Isaia che è commovente nel parlare di un Dio che alza il suo vessillo, "raccoglierà gli espulsi d'Israele; radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra". Ecco, voi mi capite, la bellezza dei verbi raccogliere e radunare riferiti a Dio. Ma sul momento Isaia sembra restringere i verbi al solo Israele. E io penso che Dio ci stia stretto, come in un vestito stretto, perché la sua passione è una riunione universale, una riunione che canta la fantasia dei suoi figli, nemmeno uno uguale all'altro, incontenibile immaginazione di un padre che mai si spingerebbe a sognare figli di un solo stampo. E allora, quanto è bello pregare dando universalità al noi: "Grandi cose ha fatto il Signore per noi".

E vengo al vangelo dove Gesù - vi dicevo - chiede ai discepoli parole sulla sua identità. Ha pregato, come quando si trova alla vigilia di un momento importante, ma delicato. Li aveva mandati in missione. Le folle, cui erano stati mandati, che cosa avevano capito? Fondamentalmente che Gesù era un profeta. Ma basta? E' tutto qui, in questa parola, la sua identità? E loro che cosa dicono di lui? Che cosa comunicheranno di lui? "Voi chi dite che io sia?". Per voi c'è dell'altro, dell'oltre? Per il gruppo risponde Pietro: "Tu sei il Cristo". Sei il Messia.

Non è forse vero che anche noi diciamo "Gesù Cristo", ma a volte così veloce, quasi Cristo fosse un cognome e non invece: Gesù il Cristo, l'Unto di Dio, il Messia, uno pieno dello spirito di Dio che più di così non si può, la pienezza. Ma, vedete, anche la parola Messia, può prestarsi a un equivoco, allora Gesù interviene, come dicesse: "Se diventa occasione di un fraintendimento, la si taccia": "Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. "Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Voi avete notato che Gesù non riprende la parola "Cristo" di Pietro. "il Figlio dell'uomo" dice. E gli sposa i verbi della passione, morte, risurrezione.

Vedete, nell'aria c'era l'attesa vibrante di un Messia, ma di un Messia trionfante, esaltato, osannato, nei segni della potenza di un aristocrazia del potere. No, il "Figlio dell'uomo", uno che condivide sino in fondo la condizione umana, uno che ha passione non per il potere ma per donne e uomini, uno che si batte per le dignità depredate di uomini e donne, contro una religione dei sottomessi, per una regno dei liberi. Ebbene vorrei dirvi che anche la parola "croce" ha subito fraintendimento, come se Gesù cercasse la croce.

La croce fu la conseguenza della sua passione per noi. Nel "credo" diciamo: "Fu crocifisso per noi", per difendere noi. Non la croce per la croce. Si mise di mezzo, non rimase a guardare. Quando andarono a catturarlo disse: "Prendete me, ma lasciate liberi loro". Non si tirò indietro, non esitò a mettersi di mezzo, a costo di vita. Ci chiede di fare altrettanto, avremmo trovato l'invito, se il nostro brano non fosse stato tagliato. Ora concludo parlando al plurale, parlo anche per voi, e so di non sbagliare.

Sono passati giorni e non riusciamo proprio a staccarci dagli occhi, dalle pareti dell'anima, quanto è accaduto tra sabato e domenica, a Colleferro, alla periferia di Roma: hanno ammazzato a calci in viso un ragazzo di 21 anni, Willy Monteiro Duarte. Un ragazzo tranquillo, che imparava a fare il cuoco, lavorava in un ristorante, giocava a calcio. Era intervenuto a far da paciere in una rissa per proteggere un amico. L'hanno ammazzato a botte mentre era già a terra. Noi giustamente chiediamo giustizia e ci vergogniamo, ci indigniamo per la brutalità, per la bestialità. Penso anche che, usando la parola "bestialità", offendiamo gli animali. Ma si tratta purtroppo anche di una cultura.

E' raccapricciante: alla brutalità del gesto uniamo le parole dei genitori: "In fin dei conti cosa hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario". Vedete è una cultura che non sa dare nome di uomo a un uomo, nome di donna a una donna: penso alle ragazze abusate, stuprate in gruppo ovunque in questi giorni. Se penso alla barbarie mi si inumidiscono gli occhi. Ma vorrei dirvi che mi sembra importante che l'ultima immagine non sia la barbarie, ultima sia il gesto di Willy colpito, malmenato, calpestato per difendere da soprusi un amico.

Mi parla anche dell'identità di Gesù. Morto per difendere. Vorrei che rimanesse nei nostri occhi e nei racconti più lui che i suoi assassini, la cultura dell'esporsi più che la cultura dell'io arrogante.

Io non so chi glielo ha insegnato. Ma ha fatto come Gesù.

 

Lettura del profeta Isaia - Is 11,10-16

In quel tempo. Isaia parlò, dicendo: "In quel giorno avverrà che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa. In quel giorno avverrà che il Signore stenderà di nuovo la sua mano per riscattare il resto del suo popolo, superstite dall'Assiria e dall'Egitto, da Patros, dall'Etiopia e dall'Elam, da Sinar e da Camat e dalle isole del mare. Egli alzerà un vessillo tra le nazioni e raccoglierà gli espulsi d'Israele; radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra. Cesserà la gelosia di Èfraim e gli avversari di Giuda saranno sterminati; Èfraim non invidierà più Giuda e Giuda non sarà più ostile a Èfraim. Voleranno verso occidente contro i Filistei, insieme deprederanno i figli dell'oriente, stenderanno le mani su Edom e su Moab e i figli di Ammon saranno loro sudditi. Il Signore prosciugherà il golfo del mare d'Egitto e stenderà la mano contro il Fiume. Con la potenza del suo soffio lo dividerà in sette bracci, così che si possa attraversare con i sandali. Si formerà una strada per il resto del suo popolo che sarà superstite dall'Assiria, come ce ne fu una per Israele quando uscì dalla terra d'Egitto".

Sal 131 (132)

Grandi cose ha fatto il Signore per noi. Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: "Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!". R Sì, il Signore ha scelto Sion, l'ha voluta per sua residenza: "Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: qui risiederò, perché l'ho voluto. R Là farò germogliare una potenza per Davide, preparerò una lampada per il mio consacrato. Rivestirò di vergogna i suoi nemici, mentre su di lui fiorirà la sua corona".R

Prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo - 1Tm 1,12-17

Carissimo, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Lettura del Vangelo secondo Luca - Lc 9, 18-22

In quel tempo. Il Signore Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: "Le folle, chi dicono che io sia?". Essi risposero: "Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto". Allora domandò loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro rispose: "Il Cristo di Dio". Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. "Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno".

 

 


 
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