la parola della domenica

 

Anno liturgico B
omelia di don Angelo nella dodicesima Domenica dopo Pentecoste
secondo il rito ambrosiano


22 agosto 2021



 

 

2 Cr 36, 17c-23
Sal 105
Rm 10,16-20
Lc 7,1b-10

Volti di stranieri - e riflessioni sullo straniero - si affacciano dalle letture di questa domenica Ciro, il re di Persia, uno stranero, si sente come incaricato di costruire un tempio al Dio di Israele a Gerusalemme che è in Giuda. Paolo, nella lettera ai Romani, citando Isaia, mette sulle labbra di Dio parole, a dir poco, sorprendenti. Dio arriva a dire: "Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me". Il vangelo di Luca, alla fine del racconto della guarigione del servo del centurione romano, annota una riflessione di Gesù da far stropicciare gli occhi.

Pensate. All'udire le parole del centurione, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!". Vi immaginate la reazione dei suoi oppositori, pronti a sbandierare l'appartenenza al popolo di Dio? Anni fa mi venne da immaginare la reazione di certe fasce cattoliche oggi, se un papa, dopo aver ricevuto una persona estranea alla fede, dalla finestra su piazza San Pietro dicesse di non aver mai trovato in tutta la cattolicità una fede più grande. Insorgerebbero non pochi a tacciarlo di violazione di verità irrinunciabili, dimenticando che a violarla per primo fu Gesù di Nazaret. Anche se poi nel tempo, per smemoratezza, si arrivò a dire che "fuori la chiesa non c'è salvezza".

I vangeli sembrano dire altro. Ma i vangeli, le parole e i gesti di Gesù, contano ancora o si va sbandierando una fede senza più vangelo? Prima di indugiare sul brano del vangelo, vorrei confessarvi che le mie parole oggi nascono alla luce anche di un commento di una suora teologa domenicana, suor Antonietta Potente, che dopo gli studi ha vissuto gran parte della sua vita in una famiglia Indios in Bolivia. Ricordo che in una sua premessa rimandava ai tempi più antichi quando l'ospitare lo straniero veniva considerato quasi atto spontaneo, perché le popolazioni erano nomadi e quindi pronte allo spostamento, al nuovo e dunque aperte allo stupore nei confronti di qualcuno che attraversasse i loro luoghi o transitasse nei loro caravanserragli, sulle loro stesse rotte.

Le condizioni sono profondamente mutate. Però mi incuriosiva quell'accenno: la condizione per essere aperto allo straniero è che tu sia pronto a uno spostamento. Se non viaggi, se non varchi soglie, se adori il bozzolo in cui sei racchiuso, non sarai mai aperto a nessuna forma di esistenza differente dalla tua. Dunque lo spostamento, l'apertura al nuovo, quasi una condizione. Peccato che lo spostarsi sia stato come sottaciuto, tagliando a metà il primo versetto del brano di vangelo. Che inizia così: "Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao".

Voi mi capite quasi il desiderio di Gesù fosse di andare al di là della cerchia di coloro che ascoltano, ricercando lo spazio che non è di nessuno ed è di tutti, dove accadono le cose non programmate, quelle imprevedibili della vita. Cafarnao è zona aperta. Puoi incontrare anche il centurione, come chiunque. Mi fa bene pensare a Gesù che ama lo spostamento, ama lo spazio aperto di una strada di città. E ora, leggendo tra piega e piega del racconto, un altro atteggiamento mi sembra affiorare dai personaggi. L'importanza di uscire da categorie e ruoli che disegnano "alto" e "basso", e stare sulla stessa terra.

Un invito all'umiltà. Umiltà, parola che ha la stessa radice di "humus", di umidità, di umanità. Come a dire che essere umili, essere umani, è il segreto per una terra umida, e non scorza dura, per una terra che custodisca humus, un fermento di vita. Forse sono troppo critico ma sembrano non aver humus gli altolocati del nostro racconto, che quasi pretendono un segno da Gesù per via che il centurione ha costruito la sinagoga. Si fanno vivi dall'alto del loro ruolo e permangono in una logica mercantile: "Lui ci ha dato, noi gli diamo". Gesù non li segue. Ha occhi invece per il centurione che nella relazione con il servo ha dato spazio all'inedito: lui, dentro un rapporto di subalternità, ha disegnato il fascino della relazione, di un affetto.

Nel racconto è scritto: "Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro". Passano in secondo piano i ruoli. E Gesù non fa forse altrettanto? Supera ogni distanza, ogni presunta indegnità, si mette sul piano di una umanità dolente. Guarda il centurione, non dall'alto in basso, ma dalla medesima terra. Gli è caro, come il servo è caro al centurione. Penso che questo passaggio - dallo sguardo dall'alto in basso allo sguardo da una medesima terra - sia decisivo in ogni rapporto con l'altro, con l'altra, con un estraneo, con gli stranieri. Che spesso invece sono guardati, forse anche inconsapevolmente, dall'alto in basso.

Spostarsi, essere umili. E alla fine, come Gesù, stupirsi: "All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!". Lo ammirò. Stupito. Grande Gesù! Lo straniero per lui non è solo uno da beneficare, è uno da ascoltare. Lui ascolta. Ascolta e scopre ricchezze. Che non ha trovato da nessuna altra parte: ""Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!". Alludendo ai tempi di Gesù, Antonietta Potente scrive: "Allora, come oggi, la tentazione nella relazione con gli stranieri, non è solo quella del rifiuto, ma anche quella della beneficenza. Lo straniero, se accolto, è oggetto della nostra beneficenza, mentre resta oscura la bellezza e la ricchezza della sua sapienza".

Che bello, pensavo, se tu riandando alle vicende della tua vita, mi potessi raccontare anche solo un grumo di umanità, bella e sapiente, scoperta con sorpresa nello straniero, nella straniera. Che grazia, di questi tempi. Stupirsi e raccontare. Chissà se davanti al tragico, clamoroso, esito della strategia di un conflitto, non si debba fare sosta ad altri verbi: spostarsi, essere umili, stupirsi. E raccontare. Verbi che fanno il segreto per una terra umida, e non scorza dura, per una terra che custodisca humus, un fermento di vita.

 

Lettura del secondo libro delle Cronache - 2 Cr 36,17c-23

In quei giorni. Il Signore consegnò ogni cosa nelle mani del re dei Caldei. Quegli portò a Babilonia tutti gli oggetti del tempio di Dio, grandi e piccoli, i tesori del tempio del Signore e i tesori del re e dei suoi ufficiali. Quindi incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi. Il re deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all'avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremia: "Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni". Nell'anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: "Così dice Ciro, re di Persia: "Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!"".

Sal 105 (106)

Renderò grazie, Signore, al tuo santo nome. Molte volte li aveva liberati, eppure si ostinarono nei loro progetti e furono abbattuti per le loro colpe; ma egli vide la loro angustia, quando udì il loro grido. R Si ricordò della sua alleanza con loro e si mosse a compassione, per il suo grande amore. Li affidò alla misericordia di quelli che li avevano deportati. R Salvaci, Signore Dio nostro, radunaci dalle genti, perché ringraziamo il tuo nome santo: lodarti sarà la nostra gloria. R

Lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 10,16-20

Fratelli, non tutti hanno obbedito al Vangelo. Lo dice Isaia: "Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?". Dunque, la fede viene dall'ascolto e l'ascolto riguarda la parola di Cristo. Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt'altro: "Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole". E dico ancora: forse Israele non ha compreso? Per primo Mosè dice: "Io vi renderò gelosi di una nazione che nazione non è; susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza". Isaia poi arriva fino a dire: "Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me".

Lettura del Vangelo secondo Luca - Lc 7,1b-10

In quel tempo. Il Signore Gesù entrò in Cafàrnao. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: "Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano -, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga". Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: "Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di' una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: "Va'!", ed egli va; e a un altro: "Vieni!", ed egli viene; e al mio servo: "Fa' questo!", ed egli lo fa". All'udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!". E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

 

 


 
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